IL REGALO DI RENZI ALLA PUGLIA, SI’ ALLE TRIVELLAZIONI A DUE PASSI DA TREMITI

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“Il governo non si smentisce mai. Il 31 dicembre la legge di stabilità ed ecco il decreto per permettere le trivellazioni alle Tremiti, sempre alla stessa società, sempre nello stesso luogo dove venne permesso dalla Prestigiacomo. Alla faccia dei movimenti e dei cittadini che hanno detto no. Contano solo gli interessi. Noi non molliamo”. Riparte la battaglia del Movimento Cinque Stelle in Puglia con il consigliere regionale Rosa Barone che nelle ultime ore ha annunciato battaglia al “regalino” del governo guidato da Matteo Renzi. La zona richiesta e su cui è stato concesso il permesso, stando alla tavola allegata, si trova al confine tra Abruzzo e Molise. Un’area molto vasta, di circa 370 chilometri quadrati, e che è posizionata al largo di Termoli e delle Isole Tremiti. Non è bastato dunque il fronte del “no” guidato dal governatore Michele Emiliano a dissuadere il governo dal procedere. La storia dell’autorizzazione alla società irlandese Petroceltic Elsa – interrotta durante i giorni del drammatico incidente piattaforma petrolifera Deepwater Horizon – ritorna tal quale. Già allora, il presidente del Parco del Gargano Stefano Pecorella ammise tutta la propria perplessità per l’autorizzazione a trivellare in una preziosa riserva marina senza consultare il parere degli enti locali, come la Provincia di Foggia, l’ente Parco e la Regione Puglia, che invece avrebbero dovuto essere ascoltati preventivamente. La protesta allertò anche i sindaci e Legambiente.

I numeri della ricerca del petrolio

L’atto di accusa più grande è sicuramente riportato nelle pagine del documento presentato più di un anno fa dagli ambientalisti: oltre 12.290 chilometri quadrati nell’Adriatico centro meridionale italiano sono interessati da permessi di ricerca, istanze di coltivazione o nuove attività di esplorazione di petrolio che si aggiungono alle 8 piattaforme già attive e da cui nel 2013 sono state estratte 422.758 tonnellate di greggio, il 58% del totale nazionale estratto dai fondali marini.

“La ricerca di greggio nel mare italiano, nel dibattito energetico internazionale, sembra l’ennesimo regalo alle compagnie petrolifere che hanno trovato nel nostro Paese un vero Eldorado – aveva spiegato il presidente di LegambienteFrancesco Tarantini durante la presentazione del dossier -. Poco importa se Comuni, Regioni e cittadini sono contrari a svendere il loro mare per pochi spiccioli. È tempo che questo Governo si svincoli davvero dal passato e pensi seriamente a cambiare verso, per usare uno slogan amato dal nostro premier”.

Tra le aree maggiormente interessate dalle estrazioni petrolifere, secondo il dossier di Legambiente, vi è il mar Adriatico. La moltiplicazione delle estrazioni off-shore aumenterebbe ancora di più il rischio di inquinamento da idrocarburi del nostro mare. Non a caso la sicurezza delle attività estrattive offshore è al centro dell’attenzione della Comunità europea già dal 2010, anche in conseguenza all’incidente del Golfo del Messico. Non va dimenticato che il Mar Adriatico è estremamente fragile per le caratteristiche proprie di “mare chiuso” che definiscono un ecosistema molto importante e già messo a dura prova. La fragilità del suo equilibrio ecologico è aggravata dalla scarsa profondità e dal modesto ricambio delle acque. Per questo, un eventuale sversamento di petrolio deve fare i conti con la scarsa, se non nulla, possibilità di dispersione, con conseguente inquinamento delle coste e dell’ecosistema marino. Senza considerare l’impatto che queste attività possono avere anche sulla pesca, fino ad arrivare ad una diminuzione del pescato anche del 50% intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun, la tecnica geofisica di rilevazione di giacimenti nel sottofondo marino.

Sono bastati gli annunci di disponibilità di trivellazioni nel versante croato dell’Adriatico per far scattare, anche nel nostro Paese, in primis da parte del Governo e del ministro dello Sviluppo economico in particolare, proclami e annunci in favore del rilancio delle attività petrolifere in mare – spiegarono in quella occasione – seguendo il principio, alquanto discutibile, che è inutile fermare le attività estrattive nel nostro mare se tanto partono le trivellazioni nelle acque di competenza degli altri Paesi costieri. Quando invece sarebbe molto più logico lavorare per avviare delle serie politiche di tutela, a livello internazionale, di un bacino, quale è quello adriatico, particolarmente delicato e già oggi sotto pressioni ambientali molto elevate”. Evidentemente, queste previsioni non sono state affatto tenute in considerazione. (immediato)

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