SAN NICANDRO: “NU COLP’ O CERCHJ E UN’ A LA VOTTA”

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Continua una nuova serie di articoli che parlano sui modi di dire e degli aforismi locali per capire e analizzare la quo ed offrire una visione chiara, lucida e trasparente della condizione umana in cui ognuno di noi può legittimamente dedurre o trarre da ciascuno di essi le considerazioni che gli sembrano più ovvie in riferimento ai tempi, alle usanze, ai problemi, ai comportamenti e agli altalenanti rivolgimenti che la società sta attualmente vivendo. Gli articoli sono tratti dal libro “Voci di Capitanata” di Donato D’Amico.

Il detto di oggi è: “Nu colp’ o cerchj e un’ a la votta” cioè “Uno colpo al cerchio e uno alla botte”.

Al fine di favorire soddisfacenti soluzioni fra le parti in causa, il proverbio sollecita l’uomo a dosare equamente pareri e interventi, a scongiurare conclusioni affrettate, a non esprimere giudizi definitivi che non siano avvalorati da un’attenta valutazione delle circostanze e dei fatti accaduti. Considerare, apprezzare, stimare, valutare sono operazioni che richiedono un’attenta osservazione e una riflessione oculata se non vogliamo scadere nell’approssimazione, cioè, in imprecisioni e indeterminatezze che comunque non giovano a risolvere questioni e problemi, al di là di ogni possibile ipotesi o ragionevole dubbio. Fra l’altro, è moralmente ineccepibile e incontestabile suddividere equamente ragioni e responsabilità.

In proposito, ancora una volta noi riteniamo che sia necessario far funzionare diligentemente lo strumento testa, ossia, di usare tatto e garbo in modo da evitare eccessi e trasgressioni, da una parte, e, dall’altra, di non minimizzare la gravità dell’avvenimento, oggetto della questione e della contesa. In ogni caso, è necessario evitare di uscire dai limiti della verità e della convenienza per non alterare le tinte e le proporzioni del contendere. Questo accorgimento è necessario perché, di solito, la contesa comporta già di per sé lo scontro delle idee, il quale di tutt’altro ha bisogno fuorchè di essere continuamente alimentato. Dobbiamo onestamente riconoscere che ciò che il proverbio richiede all’uomo non è certamente un ruolo facile da svolgere, perché la tentazione di cedere ad un impulso irrefrenabile alla seduzione di una ingannevole lusinga è un’insidia sempre in agguato.

Di qui, la necessità di raccomandare sempre prudenza nel valutare, buonsenso nell’operare, rettitudine nel giudicare. Mai come per questa tesi ci sovvengono alcuni studi di apologetica eseguiti durante il nostro corso universitario. Ricordiamo bene, infatti, che gli antichi Padri della Chiesa, allorquando dovevano pronunciarsi in merito a circostanze più o meno simili a quelle di cui al proverbio in discussione, si rifacevano sempre ad alcuni canoni che poi costituiscono l’essenza della religione cristiano-cattolica: “la verità nelle cose certe, la libertà nelle cose dubbie, la carità in tutte le cose”. Ecco, vogliamo dire che diritto e carità non sono agli antipodi tra loro; anzi, se la giustizia fosse maggiormente pervasa da umanità noi ne saremmo contenti, perché avremmo allora la cosiddetta “giustizia giusta”, cioè, quella giustizia che riesce a coniugare i doveri del potente e dell’eminente con i diritti dell’impotente e dell’anonimo, gli obblighi e le responsabilità dell’amministrazione pubblica e privata con la necessità e la miseria del debole e dell’incapace.

Per concludere, è appena il caso di ricordare a tutti noi che agire con giudizio ed equità non deve essere una concessione, ma un dovere. Oltre tutto, un simile comportamento ci arricchisce e ci esalta interiormente, perché nella vita non c’è nulla di meglio che sentirsi partecipe e compartecipe dell’armonia terrestre, cioè, di quel “concerto” umano che sempre più ci solleva dai miasmi morbidi della terra per confonderci con l’universo, con la bellezza del creato, con l’infinito.