SAN NICANDRO: “BATT’ U’ FERR’ QUANN’ E’ CAUD’”

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Continua una nuova serie di articoli che parlano sui modi di dire e degli aforismi locali per capire e analizzare la quo ed offrire una visione chiara, lucida e trasparente della condizione umana in cui ognuno di noi può legittimamente dedurre o trarre da ciascuno di essi le considerazioni che gli sembrano più ovvie in riferimento ai tempi, alle usanze, ai problemi, ai comportamenti e agli altalenanti rivolgimenti che la società sta attualmente vivendo. Gli articoli sono tratti dal libro “Voci di Capitanata” di Donato D’Amico.

Il detto di oggi è: “Batt’ u’ ferr’ quann’ è caud’” cioè “Batti (lavora) il ferro quando è caldo ”.

L’aforisma che stiamo per trattare è uno dei più sentiti, nel senso che esso costituisce un tutt’uno con il carattere proprio della nostra gente, che non ha certamente bisogno di alcuna stimolazione per condurre a termine iniziative, compiti, lavori, impegni. Sicchè, stimolare ed incitare all’azione popolazioni che solo dal lavoro riuscivano a trarre il sostentamento per la famiglia poteva apparire quanto meno superfluo, visto che le necessità familiari erano tali che nessuno, allora, poteva permettersi di bighellonare inutilmente. Viceversa, l’incitamento era indispensabile, era addirittura un’opera lodevole perché erano talmente tristi talune considerazioni familiari che la volontà di continuare e riuscire poteva anche cedere, per la sopraggiunta stanchezza, alla lusinga di un guadagno più facile, ma sicuramente meno lecito e perciò più sconveniente e biasimevole.

Fra l’altro, possiamo dire che anche oggi lo sprono e il pungolo non sono del tutto gratuiti, perché non è raro il caso in cui l’indolenza e ancor più l’imprevidenza e una scarsa mancanza di capacità gestionale sono spesso causa di disservizi e di lavori sconclusionati. Tuttavia, riferendoci ad un moderno concetto di lavoro, oggi possiamo validamente fruire della programmazione, cioè, di un accurato itinerario di prestazioni che prevede interventi e tappe di lavoro tali da farci conseguire il massimo rendimento con il minimo dispendio di energie. Accorgimento, questo, che all’epoca non era tenuto evidentemente in debita considerazione.

Inoltre, noi condividiamo la tesi del motto popolare secondo la quale è preferibile e utile che eventuali integrazioni e aggiornamenti d’opera avvengono durante la esecuzione dei lavori (quando il ferro è caldo), almeno per un triplice ordine di motivi: per il risparmio che si economizza, per un più articolato assemblaggio della struttura dell’opera e, infine, per quella ricompensa psicologica che all’uomo perviene per aver realizzato appieno il lavoro previsto. Oggi, naturalmente, queste nuove concezioni (programmazione, aggiornamento a livello tecnico-scientifico con un enorme risparmio di energie e di denaro. Si tratta di una moderna mentalità lavorativa che è riuscita a coniugare, in maniera veramente efficace, il binomio risparmio-profitto. Vogliamo dire che oggi ad una spesa minore e più oculata fanno riscontro maggiori rendimenti e profitti. E però dobbiamo anche dire che tutto questo bel corredo di informazioni e di modalità di prestazioni afferenti il “lavoro” risulta già adombrato, da oltre cent’anni, nel proverbio elaborato dai nostri antenati.

Infine, dobbiamo riconoscere che anche in tante piccole comunità, sia a livello agricolo che artigianale e professionale, non è mancato un certo atteggiamento tecnico-scientifico che ha reso e rende più agevole e redditizio il lavoro umano. Il tutto, anche e soprattutto grazie alla buona abitudine di lavorare il ferro quando esso è ancora caldo, ossia, di approfittare delle buone occasioni per migliorare la propria condizione economica e sociale e ricercare ogni possibilità di inserimento in un ambiente di lavoro sempre più qualificato e gratificante.