PER I MIGRANTI LA SOLIDARIETA’ DELL’EUROPA E’ SOLO SU BASE VOLONTARIA

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Sbarco Migranti provenienti dalla Siria a Brancaleone Marina il 30 Settembre 2013

Nonostante le grandi aspettative della vigilia, il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno non ha portato grosse novità nella gestione delle migrazioni, lasciando alla volontarietà degli stati membri gran parte delle azioni di solidarietà. Le questioni (per nulla risolte) sono principalmente tre: la gestione delle frontiere esterne, l’apertura di campi profughi in Africa e la revisione del regolamento di Dublino.

Il punto di maggiore consenso riguarda le strategie per rallentare i flussi di migranti lungo le rotte del Mediterraneo. Si sono già nettamente ridotti rispetto al 2015 e 2016, grazie agli accordi UE-Turchia (2016) e Italia-Libia (2017), ma l’opinione pubblica europea continua a percepire uno stato di “emergenza”. E l’instabilità dei paesi di transito (in particolare la Libia) mantiene la situazione assai precaria, come dimostrano i naufragi di questi ultimi giorni. Il potenziamento dell’agenzia Frontex e il sostegno alla guardia costiera libica sono sicuramente iniziative necessarie, ma non sufficienti.

Più difficile la questione degli hotspot in Africa. L’Italia avrebbe voluto delegare a paesi terzi (Tunisia, Libia, Niger, ma si è parlato anche di Albania) le fasi di identificazione e valutazione delle richieste d’asilo; altri avrebbero preferito lasciare l’onere ai paesi UE di frontiera, finanziando i centri di accoglienza. Il compromesso europeo parla di “piattaforme di sbarco regionali, in stretta cooperazione con paesi terzi” (senza specificare quali) e di “trasferimento in centri istituiti negli stati membri, unicamente su base volontaria”.

È una soluzione che lascia molti dubbi. Non è chiaro come si otterrà la collaborazione dei paesi terzi, né a che prezzo (l’accordo UE-Turchia, ad esempio, costerà 6 miliardi di euro in quattro anni, 2016-2019). Il concetto di “base volontaria” sembra poi un assist alla de-responsabilizzazione: ad esempio, in caso di valutazione positiva della domanda d’asilo, quale paese europeo sarebbe responsabile? E in caso di diniego, dove finirebbero le persone respinte? Chi può garantire che non tentino comunque la traversata in mare?

Inoltre, pur se è vero che, almeno nel breve termine, l’aumento dello sviluppo favorisce le migrazioni anziché limitarle, nei rapporti con i paesi africani è necessario considerare anche gli impegni europei in materia di cooperazione allo sviluppo. E in questi anni, a detta dello stesso Parlamento europeo, gli strumenti finanziari (in particolare quelli annunciati a La Valletta nel 2015 e ad Abidjan nel 2017) sono stati utilizzati più per pattugliare le coste che per promuovere progetti di sviluppo. Il Consiglio ha approvato il potenziamento di tali fondi, senza però entrare nel merito della gestione.

Sulla revisione del regolamento di Dublino, già l’incontro dei ministri dell’Interno dell’UE del 5 giugno aveva affossato l’ambiziosa proposta di riforma proposta dal Parlamento europeo, basata su quote di ricollocamento automatiche. L’Italia, dopo aver sostenuto in un primo momento i paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, contrari alla riforma), ha riproposto lo schema dell’Europarlamento, affermando il principio che “chi sbarca in Italia sbarca in Europa”.

I partner europei hanno però ribadito la volontà di limitare i movimenti secondari, elemento centrale del regolamento di Dublino, mantenendo di fatto inalterata la responsabilità della gestione delle richieste d’asilo (e dell’accoglienza) a carico dei paesi di primo ingresso. Pur affermando la necessità di “trovare un consenso sulla riforma del regolamento di Dublino”, il Consiglio non chiarisce quando e come la riforma avverrà.

Il documento sottolinea la distinzione tra migranti economici (chiamati “irregolari”) e rifugiati (“persone bisognose di protezione internazionale”), escludendo del tutto la prima categoria. In realtà, l’Europa vive da anni la contraddizione tra l’aumento delle richieste d’asilo e la chiusura dei flussi regolari: nonostante l’economia in ripresa, oggi l’unico modo per cercare lavoro in Europa è affidarsi agli scafisti. Temi come inserimento lavorativo, fabbisogni delle imprese, riconoscimento di qualifiche e competenze, valutazione delle politiche di integrazione rimangono invece del tutto fuori dal dibattito.

È chiaro a tutti che sul tema delle migrazioni si sta giocando una partita più ampia a livello europeo, ovvero un braccio di ferro tra due visioni opposte di Unione europea. I paesi di Visegrad e l’Austria (a cui spetta dal 1° luglio la presidenza di turno del Consiglio UE), in particolare, sono favorevoli a un maggiore controllo delle frontiere esterne, ma non alla condivisione delle responsabilità dell’accoglienza.

È altrettanto vero che l’immigrazione è un tema che facilmente può essere strumentalizzato o ingigantito, cavalcando paure e percezioni. Peraltro, la stessa intesa su base volontaria è esposta alle variabili politiche: se in futuro si rafforzeranno forze politiche xenofobe in paesi chiave come Francia e Germania, l’Italia rimarrà ancora più isolata, svantaggiata anche dalla posizione geografica

Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin