MISERERE MEI DEUS. APPUNTI SULLA SETTIMANA SANTA A SAN NICANDRO GARGANICO

0
1022

l corpus rituale della Settimana Santa sannicandrese segue le direttive della liturgia ufficiale, che, come è noto, col tempo si è aggiornata al succedersi delle varie riforme, la più incisiva delle quali resta quella del 1955. L’espressività cerimoniale extraliturgica ripropone modelli ampiamente diffusi, riscontrati, pur con le dovute differenze e specificità, in altri contesti etnografici (cfr. Atzori 2003).

Qui come altrove, anch’essa negli anni è stata soggetta a rivisitazioni, dovute in parte all’opera degli esponenti del clero, alcuni dei quali impegnati a marginalizzare ed emendare dal complesso cerimoniale tanto gli aspetti ritenuti più “rumorosi”, nel tentativo di instaurare quel silenzio prescritto per l’occasione, quanto quelli “popolari”, riconducibili in primo luogo all’azione delle associazioni confraternali laiche. In quest’ultimo caso, a essere colpito è stato il cosiddetto “Incontro”, introdotto nel 1982 su iniziativa privata sostenuta dalle confraternite e (tollerata) dal clero. L’evento, caratterizzato da una forte partecipazione popolare, si teneva alle cinque del mattino e prevedeva l’“incontro” tra i simulacri dell’Addolorata e quello del Cristo caduto sotto la croce, portati in processione da cortei distinti; entrambi convenivano in piazza Domenico Fioritto e nel momento in cui i due simulacri giungevano uno di fronte all’altro il frapporsi della croce ne impediva simbolicamente il contatto. Un suggestivo effetto teatrale enfatizzato, sul piano acustico, dall’improvviso spegnersi del fragore degli “strumenti delle tenebre” (cfr. Levi Strauss 2001), il cui risuonare accompagnava la corsa dei cortei, all’inserimento della croce, dando luogo, per alcuni minuti, a un silenzio irreale. La decisione di sopprimere la manifestazione paraliturgica nel 1997, stando alla linea ufficiale, venne dettata dalla necessità di preservare l’integrità del complesso cerimoniale “tradizionale” da elementi allotri. Una vexata questio che ogni anno, puntualmente, si ripropone quale argomento di confronto tra il clero e le confraternite, tra integralisti, color che son sospesi e i sostenitori del ripristino. Non meno incisiva anche l’iniziativa delle confraternite, a cui è riconducibile l’introduzione, nella seconda metà degli anni Settanta, della Via crucis cittadina, in sostituzione dell’Ufficio delle tenebre del mercoledì, celebrato fino agli anni Cinquanta.

Pur divise da ataviche rivalità, ieri come oggi sono le confraternite (cungréje), di concerto con il clero, a detenere la regia degli eventi delle cerimonie della Passione e Morte del Cristo e a garantire il «rito sonoro» (Ricci 2012: 42) che si consuma nei giorni del Triduo pasquale. Cinque le associazioni confraternali attualmente presenti e operanti: le Arciconfraternite del SS. Sacramento (istituita nel 1580, regio assenso del 1776, che ha sede presso la Chiesa del “Carmine”) e del Sacratissimo Rosario (canonicamente eretta nel 1718 (ma attiva già dal sec. XVII), regio assenso del 1750, con sede presso la Chiesa di San Giovanni Battista), le confraternite della Pietà e della Morte (istituita nel XVII, regio assenso del 1769, con sede presso la Chiesa dei “Morti”), di Maria SS. della Cintura (istituita nel 1863, con sede presso la Chiesa di San Biagio) e di Maria SS. di Costantinopoli (istituita nel 1882, con sede presso la Chiesa di San Giorgio) (cfr. Petrucci 2018).

Al loro strumentario appartengono gli idiofoni in legno denominati ndròccëla (battole) e tirrë tirrë (raganelle) (cfr. Sachs 2009: 539-555, Tucci 2007), che, realizzati nel tempo da artigiani locali su loro commissione o a esse donate in quanto associati, dopo il lungo periodo di riposo ritornano a far sentire la loro rumorosa voce. Scossi e fatti roteare dai confratelli e da chierichetti in età adolescenziale, ndròccëla e tirrë tirrë trovano impiego principalmente come strumenti da segnale per richiamare l’attenzione dei fedeli sui diversi momenti della drammaturgia rituale, come sostituti delle campane “legate” dopo il Gloria vespertino del Giovedì Santo, nel corso della Missa in coena Domini; un’interpretazione della funzione di questi strumenti che «sembra fortemente riduttiva e deviata da una sovrapposizione ideologica influenzata dalla Chiesa. Appare evidente invece […] che la produzione formalizzata di suoni indeterminati, in contesti cerimoniali di propiziazione, di rischio legato alla morte della divinità e di rinascita, rivesta una precisa funzione esorcistica e apotropaica dello spazio umanizzato» (Ricci 2012: 60-61). Il loro risuonare a sera inoltrata dà inizio della visita ai Sëppulëcrë, gli altari della deposizione, allestiti nelle parrocchie e rettorie del paese. Ogni confraternita attraversa le strade del centro abitato con in testa al corteo la croce raffigurante gli strumenti della Passio Christi, accompagnata da un esponente del clero (consuetudine consolidatasi negli ultimi due decenni); lungo il percorso è anticipato dal cerimoniere, che verifica la percorribilità dello spazio viario e se nella chiesa meta dei suoi sodali sia in corso la visita di qualche gruppo parrocchiale o di altre confraternite. Il percorso e le soste di alcune di esse sono scanditi dalle esecuzioni di O fieri flagelli (nella diffusissima versione attribuita a Sant’Alfonso De Liguori), Gesù mio con dure funi, Ai tuoi piedi o bella Madre (eseguito esclusivamente dalla Pietà e Morte al rientro nella propria sede al termine della visita alle sette chiese, a notte inoltrata) e del “Miserere” (Mësarérë), il Salmo 50 della Vulgata. Questo è intonato in chiesa con l’accompagnamento dell’organo o a cappella durante il percorso processionale e la prassi performativa prevede l’alternanza tra un gruppo di cantatori (al suo interno distinto in voci di “canto”, che eseguono la melodia principale, e di “controcanto”, che si assestano una terza sotto a essa) e il “solista”, a cui è affidata la cantillazione dei versetti pari del testo biblico (cfr. Frascaria 2018; si ascoltino le tr.e 20-24 del CD 2 a esso allegato). Il “Miserere”, tra i canti oggi in uso, è considerato l’emblema del repertorio confraternale (tanto che la sua specificità esecutiva è oggetto di contesa tra le cungrée) e costituisce l’impronta sonora più rappresentativa del paesaggio sonoro (cfr. Schaffer 1985) della Settimana Santa: un motivo così ricorrente da poter essere considerato alla stregua di un vero e proprio refrain. Il Venerdì Santo mattina è ancora il fragore degli “strumenti delle tenebre” della Pietà e della Morte, a cui si aggiungono i chierichetti della parrocchia di Santa Maria del Borgo, a segnare la scena acustica in cui è immerso il percorso del simulacro dell’Addolorata dalla sede in cui è custodita verso la Chiesa Madre: è la Via matris, introdotta nel 1997 in sostituzione dell’“Incontro”, funzionale ad agevolare la composizione della processione pomeridiana.

L’ingresso di ndròccëla e tirrë tirrë nell’edificio sacro è amplificato dall’ambiente chiuso e riverberante; la loro presenza sonora si sovrappone al suono dell’organo e all’esecuzione del “Miserere”, che, con il graduale spegnersi del fragore degli strumenti lignei, prendono il sopravvento. Il simulacro della Vergine è collocato sul lato sinistro dell’altare maggiore dai confratelli della Pietà e della Morte. Nel primo pomeriggio si celebra l’Agonia con le meditazioni sulle Sette parole di Cristo e la commemorazione della Passione, secondo le direttive canoniche. Qualche ora prima dell’imbrunire, ha luogo l’evento più imponente e spettacolare della Settimana Santa: la processione dei Misteri. Essa prende corpo nello spazio viario antistante la Chiesa Madre, dove vi convengono gradualmente le confraternite (in abiti solenni), le autorità cittadine, le associazioni religiose e di volontariato, una rappresentanza delle forze dell’ordine e gli spettatori; lo sfondo sonoro enfatizza il clima di trepidante attesa: voci, chiacchierio e grida improvvisamente si smorzano all’uscita dei vari Misteri, per poi spegnersi bruscamente al rumore degli strumenti lignei che fa strada ai simulacri dell’Addolorata e del Cristo morto, quest’ultimo adagiato su una lettiga adornata da rose rosse (che il venerdì successivo verranno distribuite ai fedeli). La loro lenta discesa dalla gradinata del sagrato della Chiesa Madre è un momento delicatissimo e perciò carico di suspance: di tanto in tanto il brusco sobbalzo dei simulacri portati a spalla dai confratelli provoca il sussulto degli spettatori. Per permettere di fruire di una vista migliore, i più piccoli vengono sollevati al di sopra della folla; qualcuno di questi si “affaccia” per la prima volta su tale manifestazione e, avvertendo la tensione, irrompe nel pianto; qualche adulto invece è vinto dall’emozione. I flash dei fotografi fendono la scena e i clic delle apparecchiature si rincorrono.

Compostosi l’imponente corteo, in cui le confraternite si dispongono in base all’anno di fondazione, la processione è pronta per attraversare le strade del centro urbano, seguendo il consolidato itinerario che dalla Chiesa Madre lo condurrà in piazza Domenico Fioritto. I balconi che si affacciano sul percorso processionale sono adornati da coperte color porpora e illuminati da lampade elettriche; da questi, gremiti di spettatori, vengono lanciati petali di rose al passaggio dell’Addolorata e del Cristo morto. Da un’abitazione giunge il suono di una musicassetta che riproduce il “Miserere”, per cui i canti si tacciono e lasciano la scena acustica a questo atto devozionale. Per poter permettere a tutti gli spettatori il “contatto” visivo con l’Addolorata e il Cristo morto, agli incroci principali del percorso il corteo si arresta e i portatori ruotano lentamente i simulacri verso le strade non previste nell’itinerario, per poi riprendere il cammino. Il gruppo dei candaturë segue la statua della Vergine e intona e ciclicamente ripropone i canti del repertorio confraternale; il nucleo principale di questo gruppo esclusivamente maschile, che durante il percorso si accresce di nuovi membri (a riprova del prestigio sociale che riveste l’esserne parte, in quel momento), è costituito da confratelli che per l’occasione non sfilano con il resto della cungréa e da ex confratelli a cui viene socialmente riconosciuta la perizia nell’esecuzione dei canti.

È attorno a loro che si costituisce il gruppo, col passare degli anni sempre più esiguo, segno del mancato ricambio generazione lamentato dai confratelli. (Da ciò l’appello diffuso sui social network dall’Associazione “Settimana Santa” per costituire un coro stabile di cantori per il 2019).

È qui che si “formano” i canti, che ne viene deciso l’ordine di esecuzione; qui si “impara” a cantare rispettando le precedenze accordate ai cantatori più anziani (alcuni dei quali cantano per devozione e per tradizione famigliare), coloro i quali “sanno” tenere il passo dei canti e che, data la loro esperienza, fungono da “diapason” per l’intero gruppo fornendo ai membri l’intonazione che permetta loro di poter partecipare all’esecuzione. Le loro voci si innalzano da uno sfondo sonoro tutt’altro che silenzioso, fatto di continui sibili emessi per quietare il chiacchierio di fondo, di suoni funzionali a richiamare l’attenzione dei portatori dei simulacri (brevi scambi di battute, l’eco dei colpi della mazza priorale per segnalare la fine delle soste, seguiti da quelli delle mani contro le stanghe dei fercoli) e gli accordi tra i cantatori circa i brani da eseguire in base al percorso processionale. Il rumore dei passi sul manto stradale scandisce il maestoso e incostante avanzare del corteo.

Con l’esposizione dei Misteri in piazza, si giunge all’ultima sosta. Alla fine della predica il corteo si divide in due gruppi: uno segue il rientro del Cristo morto in Chiesa “Madre”, accolto all’interno dal “Miserere” intonato dall’Arciconfraternita del Sacratissimo Rosario e dal gruppo dei cantatori; l’altro sosta nello spazio viario antistante la Chiesa dei “Morti”, attraversato dal suono delle battole per il rientro dell’Addolorata. Sistemato il simulacro, i confratelli della Pietà e della Morte gli si pongono di fronte e intonano Ai tuoi piedi o bella Madre.

La tensione finalmente si scioglie e il clima si fa più disteso. Anche i confratelli appaiono più rilassati: alcuni si intrattengono a salutare famigliari e conoscenti, scambiandosi gli auguri, mentre altri commentano i momenti critici affrontati durante il percorso, che talvolta danno luogo ad accese discussioni.

La sera del Sabato Santo per le strade del centro abitato gli “strumenti delle tenebre” tornano per l’ultima volta a far sentire il loro fragore per richiamare i fedeli alla veglia, in attesa dei rintocchi delle campane a Festa che li riporteranno nelle cassepanche delle sagrestie dove taceranno fino al prossimo anno.

Angelo Frascaria