LEGGE DI BILANCIO: CLAUSOLE DI SALVAGIUARDIA, L’ETERNO RITORNO

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La nuova versione della legge di bilancio. Arriva poco prima di Natale il via libera dell’Unione europea sulla legge di bilancio italiana. Un via libera sofferto, a causa della lunghezza della trattativa e degli effetti che l’altalena dello spread ha avuto su conti pubblici e risparmi privati. In fin dei conti, è anche un esito che forse non stupisce. Il pericolo di una procedura per non aver ottemperato agli obiettivi sul debito sembra essere scampato. Tuttavia, la proposta di legge di bilancio deve ancora passare al vaglio del parlamento.

Al di là delle correzioni formali sui saldi e sul tasso di crescita, ciò che ha verosimilmente convinto la Commissione risiede più nella prospettiva triennale che negli interventi per il 2019. E la prospettiva, come si suol dire, non appare particolarmente rosea. Già tra qualche settimana, a inizio primavera, si dovrà parlare del Documento di economia e finanza per il 2020. Durante l’anno, la Commissione vigilerà sull’effettivo rispetto degli impegni presi per il 2019. E a settembre, con la Nota di aggiornamento al Def 2020, tutti gli eventuali nodi verranno al pettine. Sarà bene farsi trovare preparati.

Una questione di coperture. Se ci concentriamo sull’intero triennio di riferimento del bilancio pluriennale, la misura che ha contribuito di più a convincere l’Unione europea è di sicuro la riscrittura della clausola di salvaguardia sull’Iva. Dal 2020, infatti, la Commissione voleva essere rassicurata che le misure di assistenza previste dalla legge di bilancio (reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni) fossero provviste di coperture certe e regolari. Il che è ragionevole: la Commissione non può permettersi di decidere come vengono impiegate le risorse, ma deve tutelare il rispetto delle regole comunitarie chiedendo che sia limitato il ricorso al deficit. La scelta del governo, in totale continuità con il passato, è stata dunque quella di rispolverare e anzi rinforzare la clausola di salvaguardia sull’Iva. In sostanza, si è passati da una sterilizzazione – totale per il 2019 e parziale dal 2020 in poi – a un aumento delle entrate previste: di circa 9,4 miliardi di euro nel 2020 (aumento dell’aliquota ridotta dal 10 al 13 per cento e di quella ordinaria dal 22 al 25,2 per cento) e di 13,2 miliardi di euro nel 2021 (aumento dell’aliquota ordinaria al 26,5 per cento). Davvero paradossale che il governo (che si autodefinisce) del cambiamento utilizzi – anzi, potenzi – lo strumento della clausola sull’Iva, dopo averlo così fortemente criticato negli ultimi anni e dopo aver assicurato che avrebbe sterilizzato tutti gli aumenti previsti. Tra le altre misure, solamente simbolica appare la riduzione delle pensioni più elevate, mentre significativa, soprattutto a regime, la revisione dei criteri di indicizzazione (oltre 1,5 miliardi di risparmi nel 2021). Curiosità c’è anche su quale sarà l’effettivo gettito della web tax, stimato dal 2020 in 600 milioni di euro.

Una manovra ancora più elettorale della precedente? Pur se con alcuni correttivi, la legge di bilancio conferma l’impostazione che premia la spesa per l’assistenza rispetto a quella per lo sviluppo. E questo appare già un primo elemento di carattere elettorale. Inoltre, l’aumento rilevante del gettito Iva dal 2020 fa nascere il sospetto che prima di quella scadenza si possano tenere elezioni politiche che, alle due anime dell’attuale maggioranza, servirebbero per ottenere un mandato elettorale pieno rispetto al proprio programma.

In fin dei conti, la scelta di aumentare le aliquote Iva non è di per sé criticabile a priori. Innanzitutto, l’incremento dell’Iva permette di scaricare sulle generazioni attuali il costo delle misure assistenziali, mentre con il finanziamento in deficit il costo si sarebbe riversato su quelle future. È poi del tutto plausibile che le aliquote vengano innalzate quando, per esempio, si vuole riequilibrare il peso relativo di imposte dirette e indirette, oppure quando si vogliono finanziare programmi di sviluppo.

In questo caso, tuttavia, l’aumento dell’Iva è dettato da mere esigenze di cassa. E l’impressione è che questa volta la clausola non sarà sterilizzata: davvero troppo elevato il gettito previsto perché ci si possa aspettare un nuovo rinvio. A meno che, naturalmente, non ci sia un’inversione di tendenza nella politica economica e redistributiva della maggioranza. O un cambio nella maggioranza stessa.

Paolo Balduzzi (lavoce)(foto:nextquotidiano)