Mentre i cambiamenti climatici impongono estati sempre più roventi e siccitose, la Regione Puglia risponde chiudendo i rubinetti agli agricoltori. Un taglio cieco e lineare all’acqua che significa una sola cosa: far morire le colture nei campi.
La Legge Regionale n. 7 del 30 maggio 2025 sulla disciplina dei pozzi e delle acque sotterranee segna un punto di non ritorno. Sotto la giustificazione della tutela ambientale, il governo regionale ha varato una “mannaia” burocratica che decreta, di fatto, la fine di migliaia di aziende agricole pugliesi.
Il punto più drammatico e inaccettabile della normativa è l’imposizione di tagli lineari e automatici del 20% e del 25% ai volumi d’acqua prelevabili per uso irriguo, applicati in fase di rinnovo o regolarizzazione.
È uno scollamento totale dalla realtà climatica e agronomica.
Chi ha scritto questa legge ignora cosa significhi lavorare la terra oggi in Puglia. Con estati sempre più lunghe, ondate di calore estreme che superano regolarmente i 40 gradi e periodi di siccità prolungata, il fabbisogno idrico delle piante aumenta, non diminuisce. Imporre a tavolino un taglio del 25% dell’acqua significa lasciare i raccolti a bruciare sotto il sole. Significa perdere intere stagioni di lavoro, azzerare il reddito delle famiglie agricole e desertificare l’economia del nostro territorio. Le piante non vivono di carte bollate: se fa più caldo, hanno bisogno di bere, altrimenti muoiono.
A questa condanna idrica si aggiunge un accanimento burocratico e finanziario senza precedenti che prevede, innanzitutto costi di gestione insostenibili.
Cosa significa?
Il pozzo agricolo diventa un bancomat per le casse pubbliche e per i professionisti. Oltre ai canoni, la legge impone contatori volumetrici, comunicazioni telematiche continue, costose perizie geologiche e l’obbligo di analisi chimiche e batteriologiche triennali a carico esclusivo dell’agricoltori, con sanzioni spietate per fare cassa!
Per un ritardo o un errore formale, la legge prevede multe draconiane che vanno da 8.000 fino a 50.000 euro, con l’obbligo di chiusura del pozzo. Un simile regime sanzionatorio non educa, ma terrorizza e fa fallire le piccole e medie imprese.
Gli agricoltori pugliesi sono le prime vittime dei cambiamenti climatici e i primi a voler difendere la salute delle falde acquifere, ma la transizione ecologica non può avvenire sulla loro pelle. Una legge che protegge l’acqua ma fa morire di fame chi produce il cibo è una legge sbagliata.
I prelievi devono essere calcolati in base alle reali necessità agronomiche delle colture e all’andamento stagionale (flessibilità climatica), non tagliati a caso dagli uffici; introducendo, poi, fondi regionali con copertura degli oneri di adeguamento tecnico (contatori, analisi e pratiche geologiche) che oggi gravano solo sulle spalle dei produttori.
La tutela dell’ambiente è un principio sacrosanto, ne siamo consapevoli tutti ma non può e non deve trasformarsi in una scure pronta ad abbattersi su chi, ogni giorno, lavora per garantire sulle nostre tavole i prodotti dell’eccellenza pugliese.
La Regione Puglia deve decidere da che parte stare: se difendere chi lavora la terra e produce ricchezza, o se firmare la condanna a morte dell’agricoltura locale.
Giovanna La Piscopia


