Il 2 novembre, “giorno dei Morti”, tanti anni fa la giornata intera si trascorreva al Cimitero. Non esisteva altro.
Prima che la furia modernista trasformasse il camposanto in un pullulare di cappelle e colombari bianchissimi, luminosissimi e pulitissimi da fare quasi invidia alle sale da ballo, entrare nel sacro recinto dei cipressi era davvero un incontro con il dramma della morte.
Passati i quadranti di inumazione, dove campeggiavano umilissimi cippi in cemento virescente con croci in ferro arrugginito, erano le cappelle delle famiglie dei notabili a farla da padrone, oltre, naturalmente, a quelle più grandi delle confraternite, anch’esse infine assuefatte al biancopulito.
All’interno di quest’ultime, si percepiva subito “la livella”: borghesi e poveri riposavano a fianco o a poche spanne e pur nella differenza di ciò che ne obliterava il loculo – che poteva essere una elegante e bianca lapide scolpita nel primo caso, o un grossolano intonaco con i nomi scritti a pennello nero nel secondo caso – ci si trovava subito davanti al dramma che la morte prende proprio tutti.
Le pareti interne grondavano umidità, cera, fuliggine, a tratti anche pertugi da cui si scorgevano bare, se non ossa. Il tutto rendeva un odore unico, assai grave ma non del tutto spiacevole, perché sapeva quasi di casa, di famiglia in quel giorno. Mentre le orecchie erano assuefatte da pianti frammisti a rosari e preghiere, racconti, saluti, inchieste su dove fosse la prossima messa, mentre il chierichetto la annunciava suonando in giro una campanella.
Si, perché di messe bisognava “sentirne” almeno tre, ognuna delle quali si applicava in suffragio di uno o più defunti, mentre i sacerdoti arrancavano a celebrare nelle cappelle per cercare di accontentare tutti.
La prima messa era a mattutino, prima dell’alba. In paese, nelle chiese delle confraternite si celebrava prima l’ufficio dei morti, con tanto di simbologia fatta di drappi neri e teschi, mentre canti un po’ sgangherati passavano in rassegna i testi dei salmi e delle “lezioni” in latino.
Nella Chiesa Madre, invece, era la messa più solenne, dove la faceva da padrone il “tumulo” un catafalco di drappi neri, ricamati con teschi, torce, palme, scene evangeliche di morte e risurrezione e, sulla sommità, un teschio vero e il tutto attorniato di candele di cera più scura. In altri tempi si componeva la “castellana”: più che un catafalco, un monumento altissimo, esorbitante, alla morte, in onore e suffragio di tutti i defunti.
Non erano simboli di ignoranza, come tanti oggi minimizzano: semplicemente, una volta, ovvero al tempo di quei giganti sulle cui spalle oggi siamo, la liturgia cattolica rendeva solenne finanche la morte come culmine della vita terrena e discrimine del libero arbitrio. La morte era un fatto formidabile e tremendo, perché poteva darti la speranza della risurrezione o scaraventarti all’inferno, a seconda di come avevi vissuto e solo tu e Dio potevi sapere.
La morte era una cosa seria.
La più seria di tutte.
E non tanto per il dispiacere o per il distacco ma perché era il breve passaggio in cui chiedere in fretta pietà a Dio con lo slancio più prono e solenne che l’uomo potesse, con la preghiera personale ma anzitutto attraverso la liturgia.
Non è un caso se le messe più solenni dei più grandi compositori sono spesso le messe da requiem. Né è un caso se il testo più teologicamente significativo, escatologicamente esaustivo, sconvolgente e commovente insieme, che quasi due millenni di liturgia cattolica hanno partorito e custodito (peccato averlo abbandonato), è il “Dies irae”: quando veniva intonato l’aria si faceva rarefatta e cielo e terra sembravano mescolarsi lungo la navata, nella lunga sequenza che parlava della fine dei tempi e del Giudizio tremendo, mentre le donne – che della messa non capivano nulla, perché la messa, anticamente, era tutta un’altra cosa e non si doveva capire – iniziavano a bisbigliare pietosamente “Diasílla diasílla”, ovvero una sorta di parodia, tra l’italiano e il vernacolo, di “Dies irae, dies illa” ma altrettanto greve, perché dice anchessa del giorno del Giudizio e chiede continuamente pietà a Dio (sotto questo post, nel primo commento, ne riporto una versione).
Dopo l’ingozzata di messe e rosari, prima in chiesa e poi, soprattutto, al cimitero, le donne, quasi tutte vestite di nero, perché ognuno aveva avuto un lutto in famiglia per stare lì, dopo aver riempito vialetti e sacelli, tornavano a casa come “stormi d’uccelli neri nel vespero migrar”, per far desinare figli e mariti che, pur visitando fugacemente il cimitero in giornata, non avevano preso parte al lungo “ritiro spirituale” perché impegnati al lavoro.
Il due novembre, dunque, si celebrava la morte.
Con tutta la solennità, la tristezza e lo slancio emozionale che si potesse.
Perché la morte era una cosa seria.
La più seria di tutte.
E io, penso di dover essere grato di aver potuto vivere, direttamente o anche solo nei racconti, gli ultimi scampoli di quel mondo.
Dove la morte era tremenda. Ma non faceva paura. Almeno non quanto il giudizio di Dio.
Matteo Vocale


