IL CINEMA A SAN NICANDRO

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Il governo ha disposto l’apertura di cinema e teatri al 100 per cento con Green Pass e mascherina abbandonando persino il distanziamento di un metro al quale da un anno e mezzo ci eravamo ormai abituati.

Mentre i locali aprono, il Cine Teatro Italia resta chiuso e sono in molti a chiedere le motivazioni di questa chiusura che dura da tempo. Giusto per ricordarne la sua importanza nella nostra storia cittadina, si riporta un capitolo del libro di Giuseppe Cristino che parla proprio del “Cinema a San Nicandro”.

Sul finire degli anni ’50, al mio paese c’erano tra cinema: “Italia” di Andrea Colletta, “Trapani”, “F.lli Mascolo” ed anche due “arene” a Pozzo Bove e, in fondo al Corso Garibaldi, in adiacenza all’attuale Gambero; godersi lo spettacolo all’aperto e sotto la carezza della serale frescura estiva, appagava del lavoro e delle torride ore diurne, quando le mamme ci proibivano l’uscita per le strade per non incappare nelle grinfie dei “Scorciacitla”.

Il cinema, e soprattutto il cinema a giorno (così detto perché anticipava l’apertura al pomeriggio) è stato il più popolare movimento sannicandrese. Gli spettacoli erano due e l’affluenza smisurata. Amedeo Nazzari, Syeve Reeves, Gary Cooper, Henry Fonda, Kirk Douglas e tanti altri richiamavano una folla sterminata e delirante. La Tunica, Quo Vadis, I Gladiatori, I cannone di Navarone, Suzi Wong, Scandalo al sole, Catene, Tarzan, Ursus e Sansone, erano i miti del momento, i sogni di un paese che aveva visto la prima pompa di benzina sul “Deposito” nel 1948, che faceva fumare Trinciato forte, Alfa e Nazionali, da comprare da Saverio Tammurro o dal Salaiulo, un paese che mi faceva acquistare i Mon, che vedeva il maestro Solimando irreggimentare la scolaresca davanti all’Edificio, che ci faceva fremere davanti alla cuccagna in San Matteo in Quadro, che vedeva circolare Balilla, Topolino e Millecento, che ci faceva incitare i campioni del ciclismo locale: Ndin Maccarone, Angelo Augello (detto Bartali), Riuccio Altieri, Ch’lin P’ngill, Mario Giagnorio.

Vi era, nel 1958, qualche sparuto televisore, io mi recavo nella sede della DC o nella sezione Coldiretti accosto alla lampia di Vurrera. La partita a pallone, per noi ragazzi, si disputava sul piazzale del Convento, pavimentato a Breccione, con un pallone chiuso a mano da una stringa tra gli occhielli. Alla finestra della facciata del Convento donne col “maqquator” in testa a scuotere il cencio della filinia.

Nazario Santamaria affittava biciclette per qualche soldo e al Caffe Trieste, da Z’r’zengula, era comparso il primo biliardo. Nei bar, stagnanti di fumo, si tirava “la recchia al ciuccio” con il finale di “padrone e sotto” e l’immancabile “olmo”.

Intanto i primi studenti delle superiori, di buon mattino, prendevano il treno della Garganica per San Severo e i primi emigranti partivano per il Nord Europa con speranza di guadagno e con tanto struggimento nel cuore.

Al cinema i sogni più audaci sprofondavano negli occhi languidi di Marilyn Monroe, Brigitte Bardot, Claudia Cardinale, Anita Ekberg, ecc. Ci si aspettava addirittura prima dell’apertura, si faceva ressa la botteghino, vi erano famiglie intere, mamme con poppanti al seno, mogli senza marito., braccianti con il vestito di Talba, vecchietti con il bastone, ragazze guardate a vista dai parenti, comari coi capelli scompigliati e le pianelle “per stare comode”, giovanotti con il pettinino nel taschino della giacca e i capelli lucidi di brillantina, fanciulli che, come me, nella parapiglia di ogni fine film sgomitavano per accaparrarsi un posto che “vendevano” con lauto compenso.

A staccare i biglietti c’era Angiolino Lumin Lumin, l’immancabile operatore Pasquale Pic’pcionna. Era di martedì il cinema a giorno. Pieno pieno come un uomo, con zaffate di tabacco e spruzzate di “capriccio”. Io fantasticavo sul Gatto e la Volpe disegnati in alto sul palcoscenico, con la Cetra al centro e la scritta “Ars gratia artis”. Dall’altra parte il quadrato luminescente che proiettava le immagini in un fascio di luci che fendevano il pulviscolo della sala.

Negli altri giorni la solita vita. Velardino a portare la posta, Ferrandino col ciuccio a trainar valigie dalla Stazione, Filuccio nostro sul comune, il mercato davanti la chiesa di San Giovanni, i comizi di Emanuele Spina, al mare con qualche sciarabbà, il sotto e sopra domenicale, le feste in casa. C’era il boom economico, si affrontava il cambiamento.

Quando il cinema chiudeva, tornavo a casa. Prima di andare a letto, uno sguardo dal terrazzo. Aveva una bella vista, quasi il mare in casa. Me lo sognavo anche di notte. Certe notti sognavo che il mio letto se lo prendeva il mare e andavo via, come una barca. Dove galleggiano le Tremiti.