I VALIDI MOTIVI PER BOCCIARE I NUMERI DEL DEF

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Hanno fatto discutere le bocciature inflitte ai numeri del governo dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio parlamentare di bilancio in occasione delle loro consuete audizioni parlamentari. La Banca d’Italia – irritando il vice premier Luigi Di Maio e il presidente della commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – questa volta ha puntato il dito sulle conseguenze sui conti pubblici delle modifiche alla legge Fornero. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che le stime di crescita dell’esecutivo sono ottimistiche, il che ha spinto la capogruppo del M5s ad additare alla pubblica gogna dei social network i nomi dei componenti dell’Upb – nomi peraltro desumibili dal sito dell’Upb. Il rapporto tra tecnici e politica – sempre difficile – tocca nuovi minimi.

Nello stesso giorno sono anche arrivate le previsioni del Fondo monetario internazionale che hanno confermato un orizzonte di crescita rallentata per l’Italia per l’anno in corso (nel quale il Pil dovrebbe far segnare un +1,2 per cento rispetto al 2017, anziché il +1,4 previsto in precedenza) e anche per il 2019 quando la crescita dovrebbe assestarsi all’1 per cento, per poi calare gradualmente fino al +0,7 per cento del 2023. Dato il timing della pubblicazione dei dati, anche il parere del Fondo monetario è stato interpretato come un’altra bocciatura – proveniente da fuori dall’Italia – che si aggiungeva a quelle formulate da autorità italiane terze rispetto all’esecutivo.

Nel considerare questa sequenza di valutazioni negative c’è da fare qualche distinguo. La prima cosa da dire è che quella del Fondo monetario non è una bocciatura del governo. Come sempre, nel suo World economic outlook, il Fondo non è chiamato a valutare gli orientamenti che il governo italiano ha espresso nella Nota di aggiustamento al Def ora oggetto di animata discussione in Italia. L’organismo di Washington ha semplicemente aggiornato – con le informazioni disponibili al 18 settembre 2018 – le previsioni di routine che produce ogni tre mesi. Tali previsioni sono dotate di un ricco database nell’aprile e nell’ottobre di ogni anno, mentre gli aggiornamenti di gennaio e luglio – formulati per dare una cadenza trimestrale alle previsioni – sono invece più scarni. A contare sono i numeri complessivi contenuti nella tabella riassuntiva 1.1 (pagine 14 e 15 del rapporto). Le stime del Fondo (+1,2 per il 2018; +1,0 per il 2019; +0,9 per il 2020) indicano che l’Italia crescerà meno rispetto ai dati di aprile ma confermano le previsioni dello scorso luglio che a loro volta incorporavano informazioni disponibili alla metà di giugno. Quindi niente di nuovo da Washington. Il fatto che la crescita stia rallentando non è peraltro una novità di settembre ma risale già a qualche mese fa e non è nemmeno un dato esclusivo dell’Italia: il rallentamento si estende anche alla Germania e alla Francia che vedono la loro crescita attesa per il 2019 ridursi rispettivamente all’1,9 e all’1,6 per cento. Poiché usa informazioni disponibili al 18 settembre, il rapporto del Fondo monetario non incorpora le previsioni relative alle stime della Nota di aggiornamento approvata dall’esecutivo il 27 settembre e diffusa nei primi giorni di ottobre. E a maggior ragione non incorpora gli effetti della manovra che – ci sarebbe da dire – ancora non c’è (anche se da giorni si parla già dei suoi effetti).

Il dato più ottimistico rispetto a quello del Fondo di cui si discute in questi giorni è quello di inizio ottobre e incorpora due novità: le nuove stime sulle possibilità di crescita dell’economia italiana prima della legge di bilancio (il cosiddetto dato tendenziale) e le stime governative relative a come sarà la crescita dopo l’approvazione dei provvedimenti inseriti nella Legge di bilancio per il 2019, la cosiddetta “crescita programmatica”. La crescita tendenziale 2019 per il governo sarebbe del +0,9 per cento, mentre la crescita programmatica salirebbe – grazie a una legge di bilancio espansiva – al +1,5 per cento.

Le stime del governo sono sensate? No, non lo sono. Il governo esagera la crescita prevista per due ragioni. La prima è che la crescita tendenziale dello 0,9 per cento è ottimistica relativamente al quadro contabile offerto dal governo nel suo stesso Def di ottobre. Nella tabella governativa si vede che la crescita del Pil 2019 al +0,9 per cento è la media tra voci diverse: i consumi e la spesa della Pubblica amministrazione che aumenterebbero meno di 0,9 (dello 0,7 e dello 0,6 rispettivamente) e le altre due voci che aumenterebbero più del Pil, investimenti (al +2,2) ed esportazioni (al +2,7), con la crescita dell’export parzialmente controbilanciata dalla crescita delle importazioni (+2,6; siamo in avanzo commerciale, l’export conta più dell’import). Il dato che colpisce nella tabella è quello imputato alla crescita delle esportazioni che andrebbero incontro a un vero e proprio boom a fronte di un 2018 molto deludente (+0,4) evidentemente classificato come una pausa temporanea dopo gli ottimi risultati del passato culminati nel fantastico +5,7 del 2017. Il commercio internazionale che fa da volàno per le nostre esportazioni crescerà nel 2019 come nel 2018 (+3,9; sempre che la guerra tariffaria di Trump non degeneri); quindi dal mondo niente volàno. Il prezzo del petrolio salirà di poco, in tal modo pesando sui costi di produzione delle nostre aziende utilizzatrici di greggio. Niente volàno. Il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup, dunque inclusivo degli aumenti di produttività) aumenterà un po’ meno che nel 2018 ma salirà pur sempre dello 0,9 per cento. Niente volàno neanche da lì, dunque. Quindi: le poche buone notizie per l’export si riducono al cambio dell’euro, dato in modesto calo sul dollaro per un 2,2 per cento. Che una minuscola svalutazione del 2 per cento possa produrre l’accelerazione riportata per l’export italiano dal +0,4 del 2018 al +2,7 per cento del 2019 è difficile da credere. Ma se l’export cresce meno, anche il Pil crescerà meno di quanto atteso.

I numeri del governo sono poi troppo ottimistici anche per un’altra ragione (evidenziata anche dall’Upb), desumibile dalle tabelle che riportano il quadro tendenziale in breve e il quadro programmatico, cioè al netto delle misure proposte dal governo. Come noto, il governo si è impegnato a eliminare gli aumenti di imposte indirette che avrebbero tenuto in equilibrio i conti ma al prezzo di far scendere i consumi. Togliere gli aumenti dell’Iva e delle accise raffredda però l’inflazione: quindi l’effetto netto dell’eliminazione delle salvaguardie sulla crescita del Pil nominale (quindi compresa l’inflazione) potrebbe essere duplice: da un alto scende l’inflazione e dall’altro si accelera la crescita dei consumi in volume. Il Def dice che nel “quadro programmatico” la crescita del Pil nominale è al +3,1 per cento mentre era al +2,7 per cento nel quadro tendenziale. Cioè il governo riesce a eliminare l’Iva che avrebbe fatto salire i prezzi ma riesce anche ad accelerare la crescita del Pil nominale grazie all’accelerazione nella crescita del Pil in volume derivante dalla manovra.

Se il Pil nominale crescesse del 2,7 per cento (come nel quadro tendenziale) anziché del 3,1, il rapporto debito-Pil scenderebbe meno: dal 130,9 al 130,5 per cento, anziché al 130 per cento. E, a catena negli anni successivi, il calo programmato del debito fino al 126,7 per cento nel 2021 andrebbe rivisto in senso meno ottimistico.

Tiriamo le fila del discorso. Secondo i documenti ufficiali, il deficit pubblico 2019 aumenta dall’1,2 al 2,4 per cento del Pil. L’aumento di 1,2 punti percentuali proviene per 0,8 punti dal mancato aumento delle imposte indirette e per un altro 0,4 dalle varie misure aggiuntive (reddito di cittadinanza, investimenti pubblici aggiuntivi, taglio di tasse per le piccole imprese e aumenti di tasse per l’eliminazione dell’Ace – aiuto alla crescita economica –  e dell’Iri – imposta sul reddito imprenditoriale e una robusta spending review ancora da dettagliare). A fronte di questo aumento di deficit, la crescita aggiuntiva prevista per il Pil 2019 (in volume) è di +0,6 punti, dato che si passerebbe dallo 0,9 tendenziale all’1,5 programmatico. Di questo +0,6, circa un terzo (0,2 punti, è scritto nel Def) proviene dal maggior crescita derivante dall’eliminazione di Iva e accise, e per un altro 0,4 per cento dalle altre misure. Vuol dire che le altre misure si traducono in un aumento di Pil in proporzione uno a uno: +0,4 punti di deficit producono +0,4 punti di Pil. In gergo tecnico significa assumere un moltiplicatore pari a uno per le varie voci della spesa pubblica e delle entrate. Un valore che a molti appare troppo elevato.

Come osservato in passato, anche i governi precedenti avevano esagerato l’inflazione in modo da ottenere stime più rosee per la dinamica del rapporto debito-Pil. Ma allora il governo italiano era andato a Bruxelles per spiegare la manovra e aveva ottenuto dalla Commissione la cosiddetta flessibilità. Stavolta il governo ha optato per chiudere la porta in faccia a Bruxelles. Se non cambierà atteggiamento è presumibile che l’Italia vada incontro ad una bocciatura dell’Europa, seguita o preceduta da un abbassamento del rating italiano da parte delle agenzie di rating e ad un ulteriore ampliamento dello spread rispetto al bund tedesco. Il che si tradurrà nella necessità per le banche italiane di raccogliere fondi sul mercato per ricapitalizzarsi oppure porterà il governo a chiedere ai risparmiatori italiani di acquistare titoli pubblici diventati più rischiosi. Alla faccia della tutela del risparmio (articolo 47 della Costituzione).

Francesco Daveri