DUE DOMANDE SUI VACCINI ANTINFLUENZALI

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Il prevedibile arrivo della seconda ondata. Il riacutizzarsi della curva dei contagi mette in luce il tempo colpevolmente perso dalle istituzioni per prepararsi alla prevedibile e prevista seconda ondata autunnale del Covid-19. Ad esempio, si scopre solo ora che i trasporti pubblici locali anche all’80 per cento di capienza massima possono essere una fonte importante di trasmissione dei contagi; o che le regioni hanno usato solo in parte le risorse stanziate per predisporre nuovi letti di terapia intensiva e solo ora stanno pensando ai bandi.

L’organizzazione della vaccinazione per l’influenza stagionale è senza dubbio un altro esempio di scarsa preparazione e di confusione amministrativa. Gli appelli perché quest’anno tutti cerchino di vaccinarsi si sono moltiplicati nei mesi scorsi, a partire da quello dello stesso ministro della salute; dopodiché, l’effettiva disponibilità dei vaccini in diverse regioni è carente, e non ci capisce come, anche con la migliore volontà di questo mondo, si possa adempiere al precetto ministeriale. Ma andiamo con ordine.

Perché vaccinarsi. Vaccinarsi contro l’influenza, particolarmente quest’anno, può essere una buona idea per due ordini di ragioni. La prima è che così facendo si facilita l’identificazione dei malati di Covid-19, visto che i sintomi dell’influenza sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli del nuovo virus, riducendo dunque il rischio di sprecare inutilmente tamponi. La seconda è che anche l’influenza stagionale è una malattia grave: per esempio, si stima che le stagioni influenzali 2013/2014 – 2016/2017 abbiano provocato circa 68 mila morti in eccesso. Ridurre i malati di influenza consente poi di evitare il ricorso all’ospedale, dove finiscono anche i malati gravi di influenza, in circostanze nelle quali è essenziale avere più posti letto a disposizione per combattere il Covid-19.

Aumentare la copertura vaccinale non è tuttavia uno scherzo, perché si parte da una situazione largamente insoddisfacente. Stando ai dati forniti da Health for All-Istat, il tasso medio di copertura vaccinale sull’intera popolazione è inferiore al 16 per cento; supera la metà solo tra gli ultra-sessantacinquenni (figura 1). Nella popolazione attiva si vaccina solo il 2,6 per cento nella fascia tra 18 e 44 anni e appena il 9 per cento in quella tra i 45 e i 64 anni.

Alla luce di questi numeri, non è sorprendente che in una riunione del 12 maggio tra governo nazionale e assessori regionali alla sanità la maggior parte di questi avesse proposto di rendere obbligatoria, in via del tutto straordinaria, la vaccinazione per alcune fasce di età e per alcune categorie di persone (per esempio, il personale sanitario). La richiesta avrebbe esteso a tutte le regioni la decisione già presa il 17 aprile dalla regione Lazio, che introduceva l’obbligo non solo per la vaccinazione antiinfluenzale, ma anche per quella anti-pneumococcica. Nella medesima riunione, tuttavia, alcune regioni avevano obiettato, preferendo invece l’indicazione più debole di una “forte raccomandazione”, un argomento che ha trovato d’accordo i tecnici ministeriali. L’effetto dell’accordo sarebbe stato dunque l’esistenza di obblighi di peso diverso in merito alla vaccinazione nelle diverse regioni italiane. Ma la storia non finisce qui. Con sentenza del 29 settembre il Tar del Lazio ha infatti annullato l’ordinanza della Regione Lazio, sulla base dell’argomento che la decisione sull’obbligo vaccinale tocca allo stato e non a una singola regione.

Gli obiettivi del ministero. In questa situazione confusa, il ministero della Salute ha comunque rivisto gli obiettivi di copertura vaccinale per la popolazione in una circolare di giugno. In particolare, si sono indentificati “gruppi target” a cui offrire la vaccinazione gratuitamente, fissando per loro l’obiettivo ottimale di copertura vaccinale al 95 per cento, con un livello minimo del 75 per cento. I “gruppi target” includono le persone ad alto rischio di complicanze (come i diabetici o chi soffre di insufficienza renale), i soggetti di età pari o superiore a 65 anni, gli addetti ai servizi pubblici di interesse collettivo (come chi lavora nella sanità), chi è a contatto con possibili infezioni da virus non umani (allevatori o vaccinatori) e così via. A questi, lo stesso ministero ha poi aggiunto le persone della fascia di età 60-64 anni, oltre al generico invito rivolto a tutti a vaccinarsi, magari presso la rete di offerta privata o acquistando il vaccino in farmacia. Ora, gli ultra-sessantacinquenni sono circa 14 milioni e le persone nella fascia di età 60-64 anni sono altri 4 milioni. Anche senza contare le altre categorie, difficilmente quantificabili, sono dunque necessari 17 milioni di dosi solo per raggiungere l’obiettivo ottimale tra gli over sessantenni.

I vaccini sono stati in effetti acquistati dalle regioni, tramite la predisposizione di bandi di gara aperti alla partecipazione di tutti i produttori dei vaccini individuati dall’Agenzia italiana del farmaco. I risultati sono stati vari. Dopo una verifica richiesta proprio dalle regioni, pare che l’obiettivo complessivo dei 17 milioni di dosi sia stato raggiunto, ma i risultati a livello locale sono diversi, perché le amministrazioni regionali si sono mosse in ordine sparso e con differente efficacia. Qualcuna si è attivata per tempo, procurandosi anche dosi in eccesso; altre sono partite in ritardo. La Lombardia, dopo alcune aste andate deserte o annullate, si è trovata costretta ad acquistare le dosi all’ultimo momento e a prezzi esorbitanti, tant’è che perfino la procura ha aperto un’indagine conoscitiva in merito e l’Aifa ha dovuto ribadire che uno dei vaccini acquistati dalla Lombardia non rientrava tra quelli ammissibili.

I ritardi e la confusione amministrativa implicano che la campagna vaccinale si svolga in tempi diversi sul territorio nazionale: è già iniziata in diverse regioni, dove riescono a vaccinarsi anche persone non incluse nelle categorie “target”, mentre in altre è stata rimandata di fatto a novembre, per tutte le categorie, con ovvi rischi sull’efficacia rispetto alle finalità che ci si era proposti.

Due domande. E qui sorge una prima domanda. È vero che normalmente spetta alle regioni acquistare i vaccini antiinfluenzali, ma in una situazione come questa e con la ovvia previsione di un forte incremento nella domanda mondiale dei vaccini, non sarebbe stato meglio che a occuparsi degli acquisti e per tempo fosse direttamente il ministero della Sanità, per poi distribuirli alle singole regioni? I rilievi costituzionali sulla attribuzione delle competenze ai diversi livelli di governo valgono poco in questo momento, visto che siamo ancora in uno stato di emergenza che consente al governo centrale di agire di conseguenza.

In secondo luogo, ammesso che si riesca a coprire per tempo le categorie a rischio, non si capisce come faranno tutti gli altri, almeno in alcune regioni. Le farmacie avranno solo l’1,5 per cento dei vaccini acquistati dalle regioni (in base all’accordo della Conferenza stato-regioni del 14 settembre) e anche gli operatori privati avranno difficoltà ad approvvigionarsi di vaccini, viste le strozzature sul lato dell’offerta. Anche se ci riescono, poi, i prezzi per il pubblico saranno comunque molto elevati. E qui arriva la seconda domanda. Che senso ha suggerire a tutti di vaccinarsi senza predisporre le condizioni perché questo possa avvenire? (lavoce-massimo bordignon e gilberto turati)