DA SANT’ANTONIO A CARNEVALE SI ACCENDEVANO E FALO’ E SI AMMAZZAVA IL MAIALE

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Nel paese di Sannicandro si accendevano i falò per onorare quattro Santi: S. Antonio Abate, S. Sebastiano, S. Ciro e S. Biagio. Queste manifestazioni un tempo erano gradite a noi ragazzini sia per il loro folclore sia per il calore e l’entusiasmo della gente che in comune accordo si adoperava per rendere gli avvenimenti affascinanti, gioiosi ed infondere nell’ambiente allegria e sentimenti di fratellanza.  Intorno a quei fuochi si mangiava granoturco e fave abbrustoliti mentre i ceci venivano fatti alla marinara con bucce di arance, alloro e sale: si cuocevano nella sabbia calda dopo averli scottati su e giù nell’acqua bollente, avvolti in uno straccio, per circa 2 minuti di tempo recitando per due volte il Padre Nostro in latino.  Le serate erano allietate da canti paesani e da stornelli, a volte provocatori, allo scopo di sfottere bonariamente i partecipanti degli altri falò. Per la buona riuscita degli scherzi la gente si mascherava per non essere riconosciuta così le serate trascorrevano in vere e spensierate competizioni rionali. I benestanti in quel periodo ammazzavano il maiale e mettevano a disposizione una buona parte della carne che veniva arrostita sulla brace del falò. Ricordo ancora i forti grugniti che le bestie emettevano, con i musi legati, prima di essere scannati con un enorme coltello, trattenuti da più uomini forzuti. Ho visto qualche bestia riuscire a scappare con il coltello rimasto in gola….. Noi ragazzi eravamo sconvolti da quegli episodi e ugualmente ci recavamo nei pressi dove avveniva l’uccisione per curiosare e partecipare alla rotonda serale del fuoco e gustare un pezzo di arrosto quando ci veniva offerto.  Alla bestia morta venivano strappati i peli del dorso per farne dei pennelli; poi veniva bagnata con l’acqua bollente e rasata completamente con dei coltelli ben affilati; i peli residui e le unghie dei piedini venivano bruciati con la paglia, quindi la si appendeva divisa a metà. La testa, decapitata, era posta sul tavolato con un’arancia tra i denti, mentre tutte le budella venivano pulite e fatte asciugare, dopo di che venivano riempite con carne tritata per fare la salsiccia e l’altra metà riempite di sangue, aromi, cacao, zucchero, pezzettini di grasso veniva bollita nell’acqua. Il brodo dell’acqua era distribuito agli amici e ai parenti per cuocervi una specie di polenta. Il fegato, i polmoni e il cuore si cucinavano subito con aglio, olio, sale e alloro, mentre l’involucro che conteneva questi organi serviva per fare gl’involtini ripieni da mettere nel ragù. La bestia veniva sezionata e divisa in ogni sua parte: le cotenne, le orecchie, i piedi, la lingua e il muso ricoperti di sale venivano conservati in luogo fresco in contenitori di argilla, mentre le cosce ricoperte di sale e pressate per un certo periodo con enormi sassi erano poi asciugate e appese in luogo fresco e buio per la stagionatura (prosciutti). La parte grassa, lardo, con ancora la cotenna, veniva salata ed appesa, mentre il lardo misto alla carne si arrotolava con dentro sale, peperoncino e rosmarino e si otteneva la pancetta arrotolata.
I nostri antenati nelle serate lunghe invernali ci tenevano uniti intorno al camino o intorno al braciere raccontandoci favole che parlavano di spirito di sacrificio, educazione, lealtà, bontà; vere lezioni di vita impartite con dolcezza ma che entravano nelle nostre ingenue coscienze facendo germogliare il senso del rispetto altrui. I racconti relativi ai falò e all’uccisione del maiale erano i seguenti: Il globo terrestre nel compiere il movimento di rotazione intorno al sole (equinozio invernale), riceve meno luce e calore, diventando così i giorni più corti e l’aria più gelida; in questo periodo la natura cessa di vegetare e allo stesso modo animali e uomini rallentano i propri istinti produttivi.  Gli antichi popoli, ogni 31 gennaio, a metà inverno, accendevano enormi fuochi che venivano alimentati fino al giorno delle Ceneri, sacrificando maiali o cinghiali alla dea Terra per tenere caldo il suo cuore e poter conservare i semi utili ai raccolti.  La brace del fuoco veniva portata nelle case per riscaldare e purificare l’abitato, mentre le ceneri venivano sparse nei campi in auspicio del buon raccolto. Si consumava la carne dei suini fino al giorno precedente alle Ceneri e negli ultimi tre giorni si pronunciava il detto: “vale mangiare carne” da cui si coniò la ricorrenza del “Carnevale”.  Successivamente in onore alla dea Cerere, per 40 giorni, si procedeva a purificare l’anima con digiuni e si pregava affinché gli armenti proliferassero e i raccolti riempissero i magazzini. I fuochi che si accendevano dal 31 gennaio furono anticipati al giorno della morte dei martiri sopra citati: S. Antonio Abate, (da non confondere con S. Antonio di Padova), nato nel centro dell’Egitto da nobile famiglia, rimasto orfano non ancora ventenne, si privò di tutti i suoi averi che distribuì metà a chi avrebbe preso cura della sorella e l’altra metà ai poveri; quindi si allontanò da tutti rifugiandosi presso una tomba abbandonata, scavata nella roccia.  La leggenda narra che S. Antonio Abate un giorno salvò un porcellino da bestie feroci ed esso per riconoscenza lo seguì dappertutto come fosse un cane. In una giornata fredda d’inverno aiutò il Santo ad entrare nell’Inferno che con un bastone a forma di “T” prelevò un tizzone di brace per riscaldare la terra. Il diavolo si vendicò per l’oltraggio ricevuto lanciando un coltello che ammazzò il maialino mentre al Santo nascose un carbone ardente sotto il letto provocandogli dolori atroci alla pelle da cui il nome “fuoco di S. Antonio”.  S. Antonio Abate nonostante i sacrifici, le mortificazioni e le malattie visse per 105 anni e morì il 17 gennaio del 356 d.C., divenendo famoso in Oriente e in tutta Europa e fu proclamato patrono degli animali domestici, dei salumieri, dei pittori, dei macellai, dei fornai e dei cavalieri. S. Antonio fu uno dei primi eremiti e molti altri giovani nobili seguirono il suo esempio accettando la mortificazione, la povertà, la preghiera per raggiungere la completa purificazione. S. Sebastiano, nobile milanese morto il 20 gennaio del 304 d. C., non morì dopo essere stato trafitto da tantissime frecce sul nudo petto e fu dunque decapitato e il corpo buttato in un precipizio. S. Ciro, nato in Egitto, medico, abbandonò la professione per dedicarsi ai poveri, insegnando loro la retta via e come evitare le tentazioni diaboliche; morì il 31 gennaio del 303 d.C.  S. Biagio, altro martire di origine armena, mentre veniva trasportato sul patibolo, guarì un ragazzo che stava soffocando per aver ingoiato una lisca di pesce; inoltre, con un miracolo, simulò le fiamme nella città di Fiuggi, destinata alla distruzione da parte dei Cajetani, famiglia nobile romana che chiese alleanza all’esercito papale, e che avrebbe attaccato e bruciato la città in due parti in modo da impadronirsi del feudo dei Colonna. Le finte fiamme sul paese indussero le truppe nemiche, pensando di essere state precedute dalle truppe alleate, a fare ritorno nei loro accampamenti. In onore di questi martiri alla data della loro morte venivano raccolti legna e ceppi, di porta in porta, per come per la questua, simbolo di mortificazione sia per chi la chiedeva sia per chi la donava. Il falò rappresentava simbolicamente l’elemento che distrugge il male per far rinascere il bene. Questi ricordi della mia fanciullesca mi fanno gustare e rivedere le strade, le corti e le scalinate del mio paese, luoghi che sono stati per me le palestre dove ho appreso le prime lezioni di vita.
I ragazzi oggi non conoscono queste tradizioni, raccontiamole: esse nobilitano le proprie origini, il nostro presente, i nostri luoghi, arricchendo la nostra cultura.  I promotori che mantengono vive le tradizioni sono dei veri benefattori.