CHE COSA VA E NON VA NEL NOSTRO SISTEMA SCOLASTIC0

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Il sistema scolastico italiano visto da suor Anna Monia Alfieri, esperta di politiche scolastiche

Le recenti dichiarazioni nelle quali le forze di opposizione e una parte dei sindacati si sono detti preoccupati che la scuola italiana non diventi discriminatoria e non contribuisca ad aumentare il divario già esistente fra le regioni del Nord e le regioni del Sud hanno attirato la mia attenzione. Facciamo chiarezza ricorrendo, come sempre, a dati oggettivi.

Il Sistema scolastico Italiano è già iniquo, come emerge chiaramente dalla fotografia Ocse-Pisa, semplicemente perché lo studente non è stato posto al centro. Risultato? Un sistema scolastico classista, regionalista e discriminatorio. Non solo la scuola non è più un ascensore sociale ma, peggio, rafforza le disparità e divide il Paese. Una fotografia che emerge chiaramente dal numero dei Neet. In termini assoluti, i giovani NEET in Italia sono 2.100.000 (pari al 23,7%, più dieci punti percentuali rispetto alla media Europa: siamo ai primi posti in Europa, anche la Grecia ha dati migliori), in aumento di 100 mila unità rispetto al 2019. Sono le regioni del Sud a presentare i dati più preoccupanti. Sicilia, Calabria e Campania superano abbondantemente la quota del 30%, seguite da Puglia, Molise, Basilicata, Sardegna, Lazio e Abruzzo con una quota tra il 20 e il 30%. E non è un caso, quanto la logica conseguenza di un pluralismo educativo minato in molte aree del Sud. In termini assoluti le Regioni del Nord contano il 37% di pluralismo educativo, contro il 4% – 5% di Campania, Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Ecco spiegato il motivo per il quale l’Italia arriva agli ultimi posti Ocse Pisa, con i primi posti conquistati dagli studenti della Lombardia e del Veneto e gli ultimi dagli studenti della Campania e della Sicilia. Dall’altra parte, Lombardia, Piemonte e Veneto, regioni che hanno attuato politiche scolastiche tese, attraverso il buono scuola o il voucher, a ridurre la discriminazione economica che impedisce alle famiglie di scegliere fra una scuola statale e una scuola paritaria, hanno salvaguardato il pluralismo (una media del 37% nel Nord, e una media del 4% -2% nel Sud), premessa essenziale per un sistema scolastico di qualità e per un orientamento a favore del successo formativo (la Lombardia e il Veneto arrivano ai primi posti Ocse-Pisa, mentre agli ultimi posti arrivano la Calabria, la Campania e la Sicilia).

Eppure gli studenti italiani costano: la spesa raggiunge ben 8.500-10.000 euro ciascuno, all’anno, di tasse dei cittadini. Per pura ideologia si è preferito spendere di più, mortificando le scuole paritarie che sono costrette a chiedere una retta a chi le frequenta. Chi sceglie la scuola paritaria paga due volte: la retta e le tasse per un servizio del quale non beneficia. Il trionfo dell’ingiustizia e dello spreco. Davanti alla crisi molte scuole paritarie non hanno retto e hanno chiuso i battenti: si sono persi, così, presidi di libertà che andavano tutelati, esattamente come fa la Regione Lombardia che interviene con la Dote Scuola sino a 2mila euro per le fasce economicamente più svantaggiate. In questo modo si spendono meglio i soldi pubblici delle tasse dei cittadini, si garantisce un sistema scolastico libero e pluralista, funziona meglio la scuola statale, si investe su un orientamento dei nostri giovani al mondo del lavoro. Invece no: abbiamo preferito, per ideologia e idiozia culturale, spendere di più e peggio, con i risultati che sono all’evidenza. La soluzione resta sempre la stessa: attraverso una compartecipazione dello Stato italiano, delle singole regioni, del privato, ottenere quel portafoglio di 5.500 euro pari al costo standard di sostenibilità di uno studente che potrebbe scegliere anche una scuola paritaria. Niente di più, niente di meno. Il covid ha chiarito che la scuola paritaria (quella dei poveri e degli ultimi) serve come la scuola statale per far ripartire il paese. In questo senso, l’appello ad un patto educativo globale deve passare, però, dall’impegno a contrastare l’attuale discriminazione economica ai danni delle classi sociali più deboli. Altrimenti tutti saremo complici e corresponsabili del tradimento dei giovani. Un segnale positivo giunge dalle recenti dichiarazioni del Ministro Valditara: “Più fondi anche per le scuole paritarie”.

Va da sé che il nostro sistema scolastico, oltre a tradire i giovani, tradisce anche chi è preposto alla loro formazione, culturale e umana: i docenti. Il loro reclutamento, la loro formazione e la loro retribuzione rappresentano la logica conseguenza di quanto sopra esposto, con il precariato a farla da padrone. E’ necessario liberarsi da interessi terzi. Saremo capaci, nelle aule del Parlamento, all’interno del Governo, nei tavoli tecnici di concertazione, nelle assemblee sindacali di compiere scelte coraggiose e credibili? Solo scelte, ripeto, coraggiose e credibili possono cambiare radicalmente la scuola italiana. E’ quindi chiaro che solo la garanzia del diritto allo studio per tutti gli studenti può portare alla vera svolta la scuola italiana. Ecco in sintesi i passi da compiere:

E’ urgente introdurre il censimento dei docenti e delle cattedre per incrociare realmente domanda e offerta. Saremo capaci di liberare la scuola dai poteri forti, ossia dalle logiche dei partiti e dei sindacati? Il Covid ce lo impone. Serve, inoltre, quel senso di giustizia che libera centinaia di docenti ingannati per decenni.

E’ evidente che il censimento renderà manifesto che i docenti, soprattutto meridionali, sono stati ingannati, lungo questi 20 anni, dalla politica che, in campagna elettorale, a turno, prometteva posti di lavoro per tutti i docenti, per la propria disciplina, a km zero dalla propria residenza, ignorando la realtà: 1.380Mila allievi si trovano in Lombardia, 671Mila in Veneto, 276Mila in Calabria, 570Mila in Puglia, 74Mila in Basilicata. La realtà ci obbliga a dire ai docenti meridionali, miei conterranei, che, per poter insegnare, non hanno alternative: debbono accettare una cattedra nel Nord senza scorciatoie (certificati di malattia, legge 104 e aspettative). Occorre prendere atto che, degli 8Mln di studenti, 1.380 mila sono in Lombardia e solo 267Mila in Calabria: è evidente che i docenti calabresi, pugliesi, campani, siciliani possono realizzare il loro sogno solo trasferendosi in Lombardia o in Veneto, con i dovuti distinguo naturalmente, oppure debbono cambiare mestiere. Mi metto nei panni di un pugliese: come potrebbe insegnare a Milano e poter pagare l’affitto sradicato dalla sua famiglia? L’unica via è garantire al docente che insegna nelle Regioni del Nord uno stipendio più alto, considerate le differenti economie delle Regioni, e quindi parametrato al costo della vita. Uno stipendio differenziato non solo tiene conto della storia economica di ogni Regione ma permetterebbe ai docenti meridionali di potersi spostare dove sono le cattedre, sostenuti da uno stipendio, senza dover ricorrere a scorciatoie e vivendo una precarietà indefinita. Chiaramente, con questa logica, si rimette al centro lo studente che non subirà più il disastro delle cattedre vuote. Trovo stucchevole denunciare i problemi per il solo gusto di farlo, senza voler intraprendere i percorsi più ovvi per ragioni ideologiche e spesso frutto davvero di tanta non conoscenza. Perché, alla proposta di stipendi differenti, si è lanciato l’allarme di dividere in due il Paese e di voler premiare i docenti settentrionali, a danno dei docenti meridionali, quando, con i numeri alla mano, la proposta va esattamente nella direzione opposta? E’ chiaro che la soluzione scomoda gli interessi terzi: la classe politica non potrà più fare le proprie campagne elettorali, promettendo posti di lavoro inesistenti a Km zero, e i sindacati non potranno più raccogliere una messe abbondante di tessere. Solo un’operazione verità consentirà di garantire ai nostri studenti il diritto di apprendere e di restituire dignità ai nostri docenti, ponendoli nelle condizioni economiche di poter insegnare dove ci sono le cattedre.

E’ urgente che siano avviati percorsi di abilitazione per i docenti che insegnano sia nelle scuole paritarie sia nelle statali e che si vedono trattati come docenti di serie B, “precari a tempo indefinito”. Docenti assunti sempre a tempo determinato in quanto non abilitati per un puro cavillo alla Azzeccagarbugli. Soffrono i docenti che, avendo un contratto a t.d., non possono neanche accendere un mutuo e soffrono le scuole paritarie che, non potendo assumerli a tempo indeterminato come vorrebbero, devono sostenere un costo economico maggiore e vedersi sotto la spada di Damocle del danno oltre la beffa. Il reclutamento e la valorizzazione del personale scolastico ponga le basi per costruire un nuovo modello di Scuola. Tutto ciò deve trovare forme concrete di realizzazione nei percorsi di formazione degli insegnanti, dalla formazione iniziale a quella in servizio, rendendo coerenti i diversi modelli formativi.

I passi da compiere sono sempre gli stessi, ossia quelli che andiamo indicando, da anni, sempre a partire dall’analisi dei dati. Mi chiedo: perché insistere con un sistema scolastico che fa acqua da tutte le parti? Perché bloccare una riforma che darebbe vita ai giovani, ai docenti, alle famiglie? Perché continuare a gongolarsi nella denuncia dei problemi della scuola senza avviare un reale cammino di riforma? Perché essere sudditi di una ideologia e non diventare attori di un’idea e di un progetto che libera e genera vita?

Mi fermo con le domande, potrei procedere all’infinito. La risposta è sempre la stessa: la scuola libera fa paura, perché è meglio dare l’illusione ai cittadini di essere liberi, piuttosto che lavorare perché la libertà del cittadino diventi realtà. Occorre che la politica, la società, il sindacato operino una scelta: o nani o giganti, o meschini o titani. (startmag)