10 FEBBRAIO, GIORNO DEL RICORDO

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Onoriamo la memoria di tre nostri concittadini dispersi nelle foibe

GRANA VINCENZO di Giovannantonio e di Rosa Pienabarca, nato a San Nicandro Garganico il 24 maggio 1885, coniugato con Maria Lucia Tamburro, manovale delle Ferrovie dello Stato, fu arrestato a Gorizia il 19 agosto 1944 e deportato per ignota destinazione. E’ stata dichiarata la morte presunta come avvenuta il 31 dicembre 1944.

GRANA SAVERIO (figlio del precedente) di Vincenzo e di Maria Lucia Tamburro, nato a San Nicandro Garganico il 4 giugno 1924, celibe, agente postale residente a Gorizia, fu arrestato il 19 agosto 1944 e deportato per ignota destinazione. E’ stata dichiarata la morte presunta come avvenuta il 31 dicembre 1944.

DI LEO NICANDRO di Pietrantonio e di Maria Emanuela De Cato, nato a San Nicandro Garganico il 4 gennaio 1916, coniugato con Ester Giovannini, milite della 60^ Legione, fu arrestato a Pola l’8 maggio 1945. E’ stato dichiarato scomparso.

Questa la ricerca del prof. Gianni Manduzio

Ma cos’è questo “Giorno del Ricordo? E’ la commemorazione dei tanti nostri connazionali vittime innocenti della pulizia etnica alla fine del secondo conflitto mondiale. Si tratta del “Giorno del Ricordo”, solennità civile stabilita dalla Legge n.92 del 30 marzo 2004 per non dimenticare l’eccidio delle foibe, una tragedia passata per decenni sotto silenzio, proprio come silenzioso fu il massacro di migliaia di italiani giuliano-dalmati fatti precipitare nelle profonde cavità carsiche della zona dai comunisti di Tito. I numeri ufficiali parlano di oltre 5 mila morti tra l’ottobre del 1943 e il 1945, gente comune, donne, uomini e bambini prelevati nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni e gettati ancora vivi nelle foibe. Unica loro “colpa”, essere italiani: fu dunque genocidio, pulizia etnica.

E’ una pagina dolorosa della storia italiana, troppo a lungo negata e colpevolmente rimossa. E’ doveroso anche ricordare che l’esodo fu, in buona sostanza, l’espulsione di massa di un’intera comunità, quella dalmata – istriana, con l’obiettivo di eliminare l’italianità da quelle terre. Fu un esodo forzato di circa 250.000 connazionali d’Istria e Dalmazia. Il contesto politico del tempo non può giustificare le sofferenze atroci di cui furono vittime donne e uomini innocenti, colpevoli soltanto di essere italiani e di opporsi all’annessione del leader slavo Tito. Da quel pesante carico di sofferenze, personali e di un popolo, l’Italia rapidamente distolse gli occhi per eludere assunzioni di responsabilità e debiti da onorare nei confronti degli istriani, fiumani e dalmati.

Oggi nessuno non può affermare di non sapere e ognuno di noi ha il dovere, morale prima che politico, di superare definitivamente ogni forma di reticenza e rimozione di una tragedia che ogni italiano deve considerare parte della storia del Paese e di una nuova Europa che basa su multiculturalità, multietnicità e libertà di professione religiosa i valori fondanti dell’integrazione europea. Per questo è giusto ricordare quelle tragedie, perché mai più l’Europa abbia a conoscere pulizie etniche, negazione delle identità, oppressione della libertà.

 

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