Vent’anni fa si spegneva Matteo Salvatore. Nonostante le sue condizioni di salute fossero andate progressivamente deteriorandosi, la notizia della sua morte giunse improvvisa e dolorosa. Se ne andò in silenzio, completamente povero, così come aveva vissuto gli ultimi anni della sua complicata esistenza terrena. Al suo capezzale Angelo Cavallo, l’amico-manager con il quale aveva condiviso le sue ultime produzioni: l’autobiografia «raccolta» proprio da Angelo nel libro «La luna aggira il mondo e voi dormite», l’omonimo cd, la ristampa del «Lamento dei mendicanti».
Ho avuto la fortuna e il piacere di essergli amico, e di aver concorso alla organizzazione dell’indimenticabile serata omaggio che i musicisti napoletani gli dedicarono a Foggia in piazza XX settembre, replicando quanto avevano già fatto nella capitale partenopea. Un concerto-evento fortemente voluto da Rocco Pasquariello, che era allora il suo manager, e che contribuì in modo decisivo a riaccendere i riflettori della critica nazionale sul geniale folksinger di Apricena.
La storia del mio rapporto con Matteo è una storia di amicizia e di amicizie, mai formali, sempre profondamente umane. Come dirigente del settore cultura della Provincia di Foggia era naturale organizzare una o più serate per lui, nel cartellone degli eventi estivi. Il caso ha voluto che i suoi manager siano stati, proprio tutti, miei amici personali. Oltre ai già ricordati Angelo Cavallo e Rocco Pasquariello, Michele Dell’Anno, egli stesso musicista e cantautore, che ha pubblicato qualche giorno fa il libro «Matteo Salvatore – La storia è questa, questa e questa!», presentandolo ad Apricena in occasione del centenario della sua nascita.
E poi l’indimenticabile Gennarino Arbore, che manager non era proprio, ma piuttosto amico e «tifoso» di Matteo. Un giorno li vidi presentarsi entrambi nel mio ufficio a Palazzo Dogana per manifestarmi l’idea dell’autobiografia, che si realizzerà tanti anni dopo, grazie ad Angelo Cavallo. Lavorammo fianco a fianco, per diverse settimane, per impostarla. Conservo ancora il quaderno autografato…
Mi accorgo che nonostante l’amicizia che mi ha legato a lui (o, forse proprio per questo) non ho mai parlato sul blog di Matteo Salvatore, come merita, per quello che è stato, per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare per la cultura popolare pugliese e meridionale.
Per celebrare il ventennale della sua scomparsa, Tommaso Palermo mi ha fatto un regalo dei suoi: una brochure scritta, presumibilmente negli anni Settanta, da Gennarino Arbore per promuovere Matteo Salvatore all’epoca della pubblicazione de Le quattro stagioni dell’anima meridionale. Il testo, che pubblico di seguito, offre alcuni interessanti cenni biografici e un toccante «ritratto lirico» del Nostro. Nelle immagini trovate la copertina della brochure e un curioso box sulle modalità per contattarlo. Buona lettura.
Geppe Inserra
Cenni biografici di Matteo Salvatore.
Matteo Salvatore è nato ad Apricena, alle pendici del Gargano.
All’età di otto anni faceva il garzone di cantina «in cambio del mangiare, di un paio di pantaloni e di scarpe, per un anno di lavoro». Eppure poteva ritenersi un ragazzo «fortunato» rispetto ai suoi coetanei. In seguito: venditore di «parruzzelle» (sfilatini di pane di granturco), banditore del Comune, facchino di paese, bracciante. Di lavoro ce ne era poco: solo alla mietitura si riusciva a racimolare qualche soldo che, insieme a quelli della vendemmia e della raccolta delle olive, dovevano bastare per tutto l’inverno.
L’inverno era terribile per i poveri, e difficile a volte la stessa sopravvivenza: spesso i più deboli morivano di fame, così come moriva di stenti e di privazioni all’età di quattordici anni la sorella di Matteo, Maria. Questo evento rimase impresso nell’animo di Matteo, il quale spesso ricorda la tragedia che si consumava ai danni delle povere famiglie del Gargano.
Canta Matteo nella ballata della morte di Maria la tragica fatalità dei poveri destinati a morire per denutrizione: «Tatà (papà) perché piangi, la colpa non è tua ma de lu destin. Nun fa nent accusci ad’i (cosi deve andare)». I ragazzi si sfamavano rubando frutta e ortaggi nei latifondi; oppure aspettavano che chiudesse il mercato della frutta e verdura per disputarsi gli avanzi. I negozi di ogni tipo apparivano ricolmi ma intoccabili per la povera gente: «Si passava e ripassava davanti ai negozi di pane per sentirne il profumo». Le chiese del paese erano sempre aperte e piene di quella povera gente che, «si riscaldava col fiato di mille bocche, mentre fuori c’era il gelo» e pregava perché i raccolti fossero abbondanti. Nonostante la continua preoccupazione di pro-curarsi il pane, Matteo trovava il tempo di imparare a suonare la chitarra da un vecchio cieco, suonatore di violino e portatore di serenate, al quale si affeziono molto. Per quindici anni Matteo lo accompagnò apprendendo l’arte del cantare.
Alla morte del maestro, Matteo prendeva la strada di Roma, con addosso una tuta e la chitarra, dove giungeva dopo dieci giorni di carretto-stop. Alloggiato tra i baraccati a Campo Parioli, condusse una vita di stenti.
Prova a cantare nelle bottiglierie e nelle trattorie le canzoni napoletane a squarciagola, girando col piattino… Finalmente incide due 78 giri, iniziando il filone folk. La Rai gli fu allora ostile: per decine e decine di volte gli fu rifiutato l’accesso, per via del dialetto, «incomprensibile» (o piuttosto era incomprensibile che si cantasse in dialetto in anni in cui infuriavano le canzoni di importazione). Ma Matteo non si diede per vinto, continuò tra stenti ed umiliazioni a cantare la sua terra
A Roma fece il posteggiatore in un ristorante alle fonti dell’Acqua Acetosa; in una di queste serate vennero ad ascoltarlo Giuseppe De Santis, Maurizio Comiati, Clodetta Colbert, Silvana Pampanini, Eleonora Rossi Drago, Marina Vlady, Folco e Piero Lulli, Andrea Checchi ed altri, i quali lo incoraggiarono a cantare le canzoni della sua terra. Fu cosi che Matteo decise di cantare se stesso, la sua gente, la sua terra nella sua lingua.
A Torino, Maurizio Corniati lo fece conoscere ai suoi amici, tra i quali lo scrittore Franco Antonicelli, che divenne subito un acceso sostenitore di Matteo, delle sue canzoni e del suo dialetto. A Torino ebbe modo di conoscere anche Massimo Mila, Andrea Della Corte, i coniugi Hutter che, esprimendo giudizi entusiastici sulle canzoni di Matteo, lo spronarono ad essere sempre se stesso. Cosi Matteo rimase figura rara e straordinaria, fra il portatore di tradizione orale, il cantastorie e il cantautore, componendo un repertorio pugliese di antichi canti popolari appresi al suo paese, Apricena, tuttavia trasformati, levigati e stilizzati da una non comune sensibilità personale; o vice-versa, composizioni proprie spontaneamente cariche di riferimenti alla tradizione.
Attivo da molti anni e con una rilevante seppur diseguale produzione discografica alle spalle, è una documentazione vivente dell’antica e rituale società agricolo-pastorale del Gargano, immobile e sfruttata. Inimitabili i suoi modi interpretativi, scavati in una amarezza macerata e rarefatta, ma imprevedibilmente fonica.
Gennarino Arbore
(letteremeridiane)