Giovedì 13 agosto 2026 ore 21.30, piazzale della Stazione, San Menaio.
La storia di Andrea Pazienza, diversa da quella del fumettista, dell’artista rock and roll e dell’autore celebrato dal grande pubblico. Quella di un Andrea tenero e familiare, che si interroga sulla vita, racconta con ironia le proprie inquietudini e scrive anche bellissime canzoni.
È stato questo l’Andrea che il pubblico di San Menaio ha incontrato domenica 9 agosto al Gargano Arte Festival, in occasione della prima nazionale di “Mio, sempre mio Andrea”, prodotto da Mario De Vivo per l’Associazione “Ultima Fermata”, con il sostegno del Comune di Vico del Gargano e della Pro Loco di San Menaio e Calenella.
Un viaggio nell’universo più intimo dell’artista, costruito attraverso le sue stesse parole, che ha profondamente emozionato il pubblico presente. Lo spettacolo aveva registrato il sold-out già diversi giorni prima della messa in scena, confermando quanto fosse atteso e restituendo, ancora una volta, la forza del legame tra Andrea Pazienza e San Menaio, luogo delle sue estati, delle amicizie e di una parte importante della sua memoria affettiva.
Sul palco, un intenso Sergio Rubini ha dato voce alle lettere scritte da Andrea alla famiglia e, in particolare, all’adorata mamma Giuliana, capace di sentire i pensieri del figlio anche a distanza, alla storica amica e fotografa Isabella, con cui aveva condiviso gli anni della giovinezza, le estati sul Gargano e il vivace ambiente culturale di Pescara, e agli amici di sempre.
Scritti privati, indirizzati alle persone più vicine, che hanno restituito la profonda sensibilità di Pazienza, il suo attaccamento alla famiglia e ai luoghi a lui cari, contribuendo a delineare il ritratto di un artista capace di vivere e raccontare ogni esperienza con grande intensità.
Tra il racconto delle sue giornate a Bologna, dove frequentava il DAMS, le file alla mensa, le lezioni, la ricerca di un appartamentino e il primo lavoro come grafico pubblicitario presso l’Ascar-Film insieme all’amico Gino Nardella, è emerso il ritratto di un giovane uomo in continua ricerca, diviso tra il tempo dedicato a “dipingere, dipingere e dipingere…”, le domande profonde sulla vita – Chi sono, cosa voglio? – e le crisi esistenziali, quasi sempre celate dietro un filo di ironia. Eppure, tra le parole di Pazienza, si avvertiva anche il presagio che il suo cuore potesse catapultarsi nell’orrore del vuoto.
A fare da contrappunto alle lettere sono state le testimonianze della madre e degli amici di un tempo, primo tra tutti Luigi Damiani, che ha condiviso con il pubblico i ricordi delle estati vissute insieme ad Andrea a San Menaio. Damiani ha inoltre collaborato alla selezione dei testi insieme a Mariella Pazienza, Michele Pazienza e Marina Comandini, contribuendo a costruire un racconto rispettoso e autentico della memoria artistica e affettiva dell’autore, lontano da ogni forma di retorica celebrativa.
Il racconto si è intrecciato con le canzoni scritte da Pazienza e affidate alla voce di Giò Sada, vincitore di X Factor 2015, in una produzione capace di fondere recitazione, musica e suggestioni visive con la DauniaOrchestra.
Le musiche originali, firmate da Umberto Sangiovanni, al synth e al pianoforte, sono state eseguite insieme ad Angelo Verziera alla tromba e Michele De Costanzo alle percussioni. Una partitura sonora pensata per accompagnare e amplificare l’intensità emotiva delle parole di Pazienza, creando un dialogo continuo tra racconto e musica.
«Le sue parole sono un monito forte che risuona dentro ognuno di noi. Oggi l’arte ha molto a che fare con la mercificazione, questo ragazzone invece è lontano da tutto questo», ha affermato Sergio Rubini, sottolineando l’emozione di dare voce ad Andrea Pazienza: «Prima di tutto perché si tratta di materiale inedito e poi perché ci si immerge nella mente di un artista straordinario, di una mente illuminata, di un eterno giovane e anche di un artista modello. Un artista che oggi probabilmente è un vero mentore, perché è puro, autentico, genuino».
Rubini ha anche evidenziato la forza di un artista capace di trasformare le proprie ferite in arte: «Un artista, se non avesse delle ferite, non farebbe l’artista, andrebbe al mare. Poi c’è chi sa accettarle, chi le trasforma, chi le subisce, chi soccombe. Però questo giovane uomo, scomparso ad appena 32 anni, con la sua arte ancora arriva a noi. Questo testimonia il fatto che comunque la sua vita, il suo talento, le sue visioni hanno una forza che va oltre il tempo».


