QUALITA’ DELLA VITA, COSA NON DICE LA CLASSIFICA DEL SOLE 24 ORE

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Non mi appassionano le polemiche che, puntuali come un orologio, accompagnano ogni anno la pubblicazione dell’indagine del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle province italiane. Mi convince ancora meno l’uso dei dati come clava contro le “classi dirigenti locali”, un’entità peraltro indistinta, visto che i numeri sono provinciali e le Province, di fatto, non esistono più.

I numeri, però, esistono eccome. Vanno letti, contestualizzati e interpretati. Ho cercato di farlo con un approccio non convenzionale, rovesciando la filosofia dell’indagine del quotidiano economico-finanziario che, essendo strutturata come una classifica – con tanto di podi e fanalini di coda – tradisce la sua impostazione competitiva: un modo di leggere il Paese più attento alla performance che alla coesione.

Nel momento in cui si aggregano i dati non più su base provinciale – una scala territoriale troppo piccola e frammentata – ma per macroaree, è proprio la la filosofia della competitività che comincia a vacillare. La classifica smette di essere una gara tra province, e diventa un indicatore chiarissimo del divario strutturale tra le parti del Paese, e dunque della fragilità della sua coesione nazionale.

È un’operazione semplice, quasi banale, ma sufficiente a mostrare quanto profondo e irrisolto resti il problema.

Per ottenere il dato aggregato per ciascuna macroarea abbiamo calcolato la media dei punteggi attribuiti alle province che vi fanno parte. Potete vederne il risultato graficamente compendiato nel grafico qui sotto.

Il Nord ottiene 578,83 punti, il Centro 551,42, il Mezzogiorno 466,19 punti. La media nazionale è di 533,19 punti.

Dati questi numeri, è possibile misurare con precisione il divario che separa il Mezzogiorno dal resto del Paese, in termini di qualità della vita. Il Sud è staccato di 112 punti dal Nord, 85 punti dal Centro e sta 67 punti sotto la media nazionale.

È una enormità, che conferma come il divario sia diventato strutturale e come siano fallite le politiche di coesione nazionale finalizzate ad attenuarlo.

Quello che fa specie di questa drammatica sperequazione, è che non ne parla nessuno, o quasi. Basta guardare i titoli dei giornali che commentano i risultati dell’indagine: tutti a osannare chi vince e chi sale, o a piangere lacrime amare per le posizioni di retroguardia. Nessuno invece si domanda perché le classifiche fotografino una così netta diseguaglianza tra le diverse aree del Paese.

Il ribaltamento della prospettiva di analisi mostra inequivocabilmente che la logica competitiva su cui si fonda la classifica non descrive tanto le virtù dei singoli territori, quanto la profondità del divario che attraversa il Paese.

Osservata per aree vaste, la graduatoria perde il suo senso di gara e diventa il racconto di una diseguaglianza ormai strutturale, che la retorica della “competizione a tutti i costi” è riuscita nemmeno a scalfire.

Continuare a misurare l’Italia come se fosse un campionato tra province, rischia di farci perdere di vista l’unica cosa che davvero conta: la necessità di una politica nazionale capace di ridurre questo squilibrio e di non limitarci, ogni anno, a prenderne atto.

Geppe Inserra