«Il rischio frane in Sicilia non è emergenziale, ma strutturale». È difficile dare torto al ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, che così si è espresso durante l’informativa al Senato sulle conseguenze del ciclone Harry e su quanto sta accadendo a Niscemi.
Il punto è che un rischio strutturale va affrontato con politiche rigorose, di medio e lungo periodo. Politiche che nel nostro Paese appaiono ancora troppo deboli, anche perché la difesa idrogeologica non produce tagli di nastro né cerimonie inaugurali.
Il ministro ha anche citato dati dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), secondo i quali circa nove comuni su dieci nell’isola presenterebbero aree ad alto rischio frane. Come vedremo, esistono territori perfino più esposti, anche molto vicini a noi. Eppure, se ne parla quasi esclusivamente quando scoppia l’emergenza, dimenticando proprio quanto denunciato da Musumeci: si tratta di una condizione strutturale, che andrebbe affrontata con strategie altrettanto strutturali.
La realtà è che la manutenzione del territorio resta la grande cenerentola dell’intervento pubblico nazionale.
Se la Sicilia piange, la Puglia — e in particolare la Capitanata — non ride. A dirlo è la stessa banca dati citata dal ministro, IdroGEO, la piattaforma cartografica online dell’Ispra, che consente di osservare su una mappa interattiva i principali rischi idrogeologici presenti in Italia.
La banca dati fornisce indicazioni su aree a rischio frana, zone soggette ad alluvione, livelli di pericolosità, popolazione esposta, edifici a rischio, imprese coinvolte.
È vero che la zona di Niscemi è caratterizzata da un rischio molto elevato. Ma la situazione appare ancora più critica in Capitanata, dove risultano esposte 26.012 persone per quanto riguarda le frane (il 4,3%) e 29.988 per le alluvioni (il 4,8%), a fronte rispettivamente di 3.630 (1,4%) e 1.638 (0,6%).
Nel complesso, il resto della Puglia presenta livelli di esposizione inferiori. La specificità della Capitanata rispetto al resto della regione pone però una domanda inevitabile: quanto è realmente prioritario questo problema nelle politiche regionali?
Scorrendo l’elenco dei dodici progetti finanziati con fondi PNRR per la mitigazione del rischio idrogeologico in Puglia — per una spesa complessiva di 50,7 milioni di euro — emerge una distribuzione che merita attenzione. Le località interessate sono Minervino (Le) e Palagiano (Ta), con due progetti ciascuna, poi Vignacastrisi (Le), Putignano (Ba), San Pardo (Pietramontecorvino, Fg), Toritto (Ba), Taranto, Leverano (Le), Candela (Fg) e Polignano a Mare (Ba). Alla Capitanata, nonostante la sua evidente esposizione, sono stati destinati due soli interventi su dodici. Briciole.
Le aree a rischio frana risultano concentrate nei Monti Dauni, mentre quelle a rischio alluvionale si polarizzano attorno a Manfredonia, che evidenzia anche criticità legate alla stabilità dei versanti.
IdroGEO consente inoltre di analizzare il rischio in diversi scenari. È quanto abbiamo fatto prendendo in esame i Monti Dauni e l’area sipontina.
La fotografia delle aree collinari interne è impressionante: su una popolazione di 40.236 abitanti, ben 18.716 — quasi uno su due — risiedono in zone a pericolosità elevata o molto elevata, mentre altre 12.625 persone vivono in aree a pericolosità media. Risultano inoltre esposti 10.599 edifici e 984 imprese.
Preoccupa anche la situazione dell’area di Manfredonia dove, se il rischio frane appare più contenuto (su una popolazione di 85.406 persone, 5.502 sono esposte a rischio medio e 820 a rischio elevato o molto elevato), è significativo il rischio alluvionale, che coinvolge 15.140 residenti tra livelli medi ed elevati, 2.729 edifici, 1.090 imprese.
I numeri raccontano un problema che non può più essere considerato episodico o congiunturale. Il rischio idrogeologico, soprattutto nei territori più fragili come i Monti Dauni, non può essere affrontato solo dopo ogni nuova emergenza, ma richiede una strategia stabile fondata sulla prevenzione, sulla manutenzione del territorio e su investimenti continuativi.
La vera sfida non è intervenire quando il danno è già fatto, ma decidere se questo rischio debba continuare a essere gestito come una somma di crisi, oppure diventare finalmente una priorità strutturale delle politiche pubbliche. Occorrono politiche di largo respiro che non possono essere affidate soltanto ai bandi di turno, ma devono poter contare su progetti e risorse finanziarie certe e stabili nel tempo.
Geppe Inserra


