IL CAMPO DI INTERNAMENTO ANTIFASCISTI A SAN NICANDRO, FU SOLO UNA IPOTESI

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Tra le varie misure adottate dal fascismo in previsione dell’ineluttabile entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista vi fu anche quella di restringere in campi ed in località di internamento gli antifascisti, gli anarchici, i sovversivi e le persone genericamente pericolose per l’ordine pubblico onde esercitare su questi una vigilanza costante e, nel contempo evitare, isolandoli dalla popolazione, propaganda ostile al regime e disfattismo. A tal fine già nei primi mesi del 1940 dal ministero dell’Interno vennero date disposizioni per l’individuazione sul territorio nazionale di località idonee ad accogliere campi di concentramento per internati politici. Il 16 marzo l’ispettore generale di pubblica sicurezza G. Lo Spinoso, incaricato di eseguire tale indagine nella provincia di Foggia, relazionò al capo della polizia. A suo giudizio in Capitanata vi erano tre ipotesi concrete sulle quali operare una scelta. La prima era quella di impiantare un campo di concentramento nel nuovo macello di Manfredonia da poco ultimato di costruire e non ancora entrato in funzione. Questa struttura era di proprietà comunale, si trovava a circa due chilometri fuori dell’abitato, sulla nazionale per Foggia, e disponeva di circa venti ambienti in cui avrebbero potuto essere alloggiati 300 internati. La seconda ipotesi era quella di utilizzare per lo scopo Villa Rosa in località Scaloria, in agro di Manfredonia, di proprietà del cav. Vincenzo D’Onofrio, con una capacità ricettiva di 160 persone. L’ultima possibilità era quella di sistemare gli internati in un convento di proprietà comunale sito in agro di San Nicandro Garganico, dove avrebbero potuto trovar posto da 150 a 180 internati.

In provincia di Foggia erano stati individuati anche i comuni in cui potevano destinarsi degli internati stranieri ed italiani da allontanare dalle proprie residenze. I comuni, con la rispettiva aliquota di internati ospitabili, erano i seguenti: I comuni, con la rispettiva aliquota di internati ospitabili, erano i seguenti: Casalnuovo Monterotaro 5, Castelnuovo della Daunia 20, Celenza Valfortore 3, Pietra Montecorvino 4, 5° Rocchetta Sant’Antonio 2, Roseto Valfortore 5, Voltura Appula 5, San Marco la Catola 5.

La scelta del ministero cadde sul macello di Manfredonia probabilmente perché più capiente e perché l’appartenenza dell’immobile ad un ente pubblico ne avrebbe facilitato la cessione agli organi di polizia.

Viviano Iazzatti (Il campo di concentramento di Manfredonia)