Per rintracciare le origini del nostro carnevale dobbiamo andare un po’ indietro nel tempo e risalire all’origine del carnevale di Napoli, ex capitale del Regno. Nell’opera ‘Gli opuscoli’ dello storico e letterato pugliese Scipione Ammirato , si legge, a proposito della vita della regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, che “[…] La Reina Giovanna sorella di Ladislao fù di cinque anni maggior d’età del fratello, però che ella dovette nascere intorno i principij del’anno 1371, essendo la madre andata à marito l’anno innanzi à 24 di Gennaio nacque ella in Ungheria, ove il padre con tutta la casa si ritrovava, la qual novella sentita dalla Reina Giovanna, ne sentì incomparabil piacere. Venne poi in Napoli à punto che la madre era gia gravida di Ladislao. Ma quando arrivò la novella, che il padre era già stato coronato Re d’Ungheria, io trovo che ella insieme con la Reina sua madre & con altre insino al numero di dieci delle più principali Baronesse del regno sen’andarono vestite di bianco con un gran cordon d’oro nel braccio facendo le conoscenze per Napoli. Così erano in quel tempo chiamate le maschere: ond’io stimo, che venga insino à questi dì quel costume, che quando i mascherati sono sotto le finestre delle lor dame, domandino se sono conosciuti, reiterando più volte quella voce, conoscetemi conoscetemi, quasi volesser chiarirsi; se riuscisse loro il non esser riconosciuti, per lo qual fine fur ritrovate prima le maschere nelle scene da recitatori de versi Iambi, i quali usando motti mordaci contra alcuni degli spettatori, & perciò non volendo esser conosciuti si ricoprirono primieramente il volto con frondi di fico. […]”


Ed è proprio intorno al secolo XIV che, con molte probabilità, bisogna ricercare la nascita del nostro Carnevale.
Nota n. 1
Cf. S. Ammirato, Gli opuscoli. I titoli de quali nell’altra faccia son posti. Al Serenissimo S. D. Francesco de Medici Gran Duca di Toscana II, In Fiorenza, Appresso Giorgio Marescotti, 1583, pp. 153-154. Una versione manoscritta si conserva presso l’University of Pennsylvania Libraries, Kislak Center for Special Collections, Rare Books and Manuscripts, Ms. Codex 267, Vita di Ladislao Re di Napoli e di Giovanna II Reina di Napoli, pp. 81-82.
Nell’anno 1618, nel testamento del cittadino sannicandrese Sebastiano Zampino rogato dal notaio Orazio Curatolo leggiamo, tra le altre cose: “Item declara detto testatore havere ancora maritata Aurelia sua figlia con il detto Sebastiano di Col’Andrea, al quale li deve a compimento delli deci onze promessoli per la dote di detta sua figlia, onze sette de dinari da pagarnosi onze doi questo Carnivale di questo presente anno, et onze cinque fra doi anni sincome appare per carta dotale scripta per mano di notar Giovanni Nicola Fania con declaratione di haverli consignate tutti li pannamenti contenuti in detta carta dotale presente il detto Sebastiano et acceptante ”.
Correva l’anno 1708 quando il prestigio del Carnevale di San Nicandro raggiunse le strade di Napoli. Per celebrare l’ascesa della Casa Imperiale d’Austria, Baldassarre Cattaneo della Volta, II principe di San Nicandro, fece sfilare nella capitale il celebre carro delle maschere locali. Insieme a quello della Riccia e ad altre rappresentazioni, il carro sannicandrese esibì con orgoglio le armi imperiali, trasformando una tradizione locale in un omaggio politico di alto profilo, dimostrando l’importanza storica e culturale delle nostre tradizioni già in epoca settecentesca, sancendo così un legame storico unico tra il folklore sannicandrese e la grande storia europea.

Il celebre processo del 1848 istruito dalla Giustizia Regia di Lucera contro Giuseppe Fioritto, Vincenzo Palmieri, Giuseppe Cavalli e altri coimputati offre uno spaccato significativo del clima di tensione dell’epoca. Agli imputati, accusati di “Discorsi pubblici ed atti diretti a spargere malcontento contro il Governo”, vennero contestati fatti avvenuti tra il 5 e il 7 marzo 1848. La coincidenza temporale con i giorni del Carnevale non è casuale: l’atmosfera di eccezionalità della festa divenne il palcoscenico ideale per le manifestazioni di dissenso politico, trasformando le piazze in luoghi di aperta contestazione, sfruttando l’assembramento festivo come pretesto e scudo per l’azione politica contro il Governo borbonico. Ecco qualche breve passo tratto da questi antichi documenti:
Nota n. 2
Sezione di Archivio di Stato di Lucera, Atti dei notai, serie I, Orazio Curatolo 1614-1620, 21 gennaio 1618, Testamentum nuncupativum conditum per Sebastianum Zampinum, f. 132r.
Nota n. 3
Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli , Carlo Antonio Sammarco, Giornale e Sommario dal giorno che entrorno in Capua l’arme imperiale con tutto quello che soccede alla giornata dalli II di luglio 1707 per tutto la giornata d’oggi, fondo Manoscritti, ms. XIII B 87, f. 63r.
“[…] inoltrate le cose si pensò di abbassare il giudice Pescione, difatti riuniti quasi tutt’i Galantuomini, i Signori Liberali, poiché era il primo giorno di Carnevale (e noi intendiamo per primo giorno di Carnevale, il primo de’ tre ultimi giorni) sotto pretesto di mantenere l’ordine pubblico, posti tutti sotto l’arma, e preceduti dalla Banda Musicale, e cantando per le strade Inni Nazionali, si prese a percorrere l’abitato […] e ancora […] Ricordo, che in uno degli ultimi tre giorni di Carnevale del Milleottocentoquarantotto molti di questi Galantuomini preceduti dalla Banda Musicale girando per l’abitato, giunti sotto questo Giudicato si fermarono […] e per finire […] Che nel seguente mese di Marzo recandosi per affari di servizio in Tremiti il soldato Achille Fujano, mentre transitava per Sannicandro, una comitiva di mascherati, fra quali eran il Sig. Fioritto, fecesi innanzi il soldato, beffandolo con termini indecenti […]
Arrivando agli inizi del Novecento, Silvio Petrucci, illustre figlio sannicandrese, nel suo libro “Sannicandro. Alba Novecento”, libro di memorie della San Nicandro di inizio XX secolo, ha di fatto “fotografato” l’anima della nostra città in un momento di transizione storica. Le sue descrizioni del Carnevale sono fondamentali perché restituiscono la dimensione antropologica di una festa che era il cuore pulsante della comunità. Testimonianze come la sua sono anche ciò che permette al Carnevale Sannicandrese di oggi di mantenere un legame autentico con le proprie radici. Senza le dovizie di particolari del Petrucci, molti dettagli sui costumi tipici e sulle dinamiche della mascherata sarebbero andati perduti nel tempo.
Il periodo che va dagli anni ‘50 fino agli anni ‘80, ha rappresentato una vera e propria stagione d’oro per il nostro Carnevale in quanto non era solo una festa, ma il cuore pulsante di una comunità che si ritrovava unita, capace di attirare migliaia di persone non solo dai vicoli del nostro borgo, ma da tutti i paesi vicini, in virtù di un’energia che altrove era difficile trovare.
La vera anima di questo periodo è stata la spontaneità. Non c’era bisogno di grandi palchi o regie sofisticate: lo spettacolo era ovunque. Il nostro era un vero e proprio teatro di strada a cielo aperto, dove ogni angolo diventava lo scenario perfetto per “u ditt”. Quella satira pungente, quel gusto per l’improvvisazione e la battuta pronta che solo noi sannicandresi sappiamo padroneggiare, trasformavano la realtà quotidiana in commedia, rendendo il popolo protagonista e spettatore al tempo stesso.
Nota n. 5
Sezione di Archivio di Stato di Lucera, fondo Gran Corte Criminale di Capitanata, Processi, Serie II, busta 976, fascicolo 65, Sannicandro, Giustizia Regia c/o Fioritto Giuseppe, Palmieri Vincenzo, Cavalli Giuseppe ed altri, Discorsi pubblici ed atti diretti a spargere malcontento contro il Governo, 1849-1850, ff. 22r, 62v e 78v.
Nota n. 6
Ecco una pagina tratta da quel libro “[…] il Carnevale di Sannicandro è diverso, sì, dagli altri, ma è ‹‹un’altra cosa››, che merita di essere vista. […] Anche le signore e le fanciulle delle famiglie più cospicue della popolazione, che assistevano sorridenti e divertite alle sfilate e alle mascherate dai balconi infiorati o variamente addobbati, erano tra le più zelanti ed entusiastiche creatrici dei costumi e degli abbigliamenti che si ammiravano nelle strade. E nelle case del popolino il Carnevale si adeguava nelle forme più commoventi alla povertà, nel modesto vortice di una tarantella, o di una ‹‹campagnola›› o nel canto, a gola spiegata, di uno stornello alla ‹‹capuana››. Ma il Carnevale, come dappertutto del resto, imperversava specialmente nelle strade: qui furoreggiava straripando nei vicoli e negli angoli più nascosti, trascinando uomini e donne, vecchi e bambini, in una bizzarra promiscuità di ceti, e dando al paese, per vari giorni, l’aspetto di una esaltante notte piedigrottesca. Vigeva quasi imperiosa per tutti, indulgente e complice, la legge del ‹‹semel in anno››. E del resto, fin dalle prime avvisaglie che di solito si avevano alla festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, col rallegrante saluto ‹‹Sant’Antonio, mascure e soni›› (maschere e suoni), i preparativi si svolgevano febbrili al motto ‹‹D’Carnual chi c’incagna jè n’animal›› (di Carnevale, chi mette broncio è un animale).
Nella ricca pittoresca allucinante varietà di maschere e di costumi, ispirati ora a motivi e personaggi storici, ora a vicende e protagonisti di poemi cavallereschi e di romanzi popolari, ora a fatti e figure di attualità (e la fantasia si scapricciava con trovate, novità, sorprese che destavano meraviglia, anche per qualche azzeccato originale spunto satirico o caricaturale) […] in S. Petrucci, Sannicandro. Alba Novecento, Roma, Tipografia Olimpica, 1973, p. 234. Per approfondimenti sul Carnevale del Novecento cf. M. Grana, Maschere e suoni, San Nicandro Garganico, Gioiosa Editrice, 2000, pp. 15-30
“[…] inoltrate le cose si pensò di abbassare il giudice Pescione, difatti riuniti quasi tutt’i Galantuomini, i Signori Liberali, poiché era il primo giorno di Carnevale (e noi intendiamo per primo giorno di Carnevale, il primo de’ tre ultimi giorni) sotto pretesto di mantenere l’ordine pubblico, posti tutti sotto l’arma, e preceduti dalla Banda Musicale, e cantando per le strade Inni Nazionali, si prese a percorrere l’abitato […] e ancora […] Ricordo, che in uno degli ultimi tre giorni di Carnevale del Milleottocentoquarantotto molti di questi Galantuomini preceduti dalla Banda Musicale girando per l’abitato, giunti sotto questo Giudicato si fermarono […] e per finire […] Che nel seguente mese di Marzo recandosi per affari di servizio in Tremiti il soldato Achille Fujano, mentre transitava per Sannicandro, una comitiva di mascherati, fra quali eran il Sig. Fioritto, fecesi innanzi il soldato, beffandolo con termini indecenti […]
Arrivando agli inizi del Novecento, Silvio Petrucci, illustre figlio sannicandrese, nel suo libro “Sannicandro. Alba Novecento”, libro di memorie della San Nicandro di inizio XX secolo, ha di fatto “fotografato” l’anima della nostra città in un momento di transizione storica. Le sue descrizioni del Carnevale sono fondamentali perché restituiscono la dimensione antropologica di una festa che era il cuore pulsante della comunità. Testimonianze come la sua sono anche ciò che permette al Carnevale Sannicandrese di oggi di mantenere un legame autentico con le proprie radici. Senza le dovizie di particolari del Petrucci, molti dettagli sui costumi tipici e sulle dinamiche della mascherata sarebbero andati perduti nel tempo .
Il periodo che va dagli anni ‘50 fino agli anni ‘80, ha rappresentato una vera e propria stagione d’oro per il nostro Carnevale in quanto non era solo una festa, ma il cuore pulsante di una comunità che si ritrovava unita, capace di attirare migliaia di persone non solo dai vicoli del nostro borgo, ma da tutti i paesi vicini, in virtù di un’energia che altrove era difficile trovare.
La vera anima di questo periodo è stata la spontaneità. Non c’era bisogno di grandi palchi o regie sofisticate: lo spettacolo era ovunque. Il nostro era un vero e proprio teatro di strada a cielo aperto, dove ogni angolo diventava lo scenario perfetto per “u ditt”. Quella satira pungente, quel gusto per l’improvvisazione e la battuta pronta che solo noi sannicandresi sappiamo padroneggiare, trasformavano la realtà quotidiana in commedia, rendendo il popolo protagonista e spettatore al tempo stesso.
E mentre le maschere si rincorrevano, l’aria veniva riempita dalle note dei concertini improvvisati. Gruppi di musicisti e amici che, con strumenti spesso semplici ma carichi di ritmo, attraversavano le vie del centro portando allegria in ogni casa, in ogni vicolo, abbattendo ogni barriera sociale.
Il Carnevale di quegli anni era un rito di partecipazione collettiva. Era il tempo in cui San Nicandro diventava il centro del mondo garganico, un luogo dove la fatica dei campi e del lavoro quotidiano cedeva il passo alla creatività, allo scherzo e alla bellezza dei nostri costumi tradizionali.
Nel corso degli anni, la tradizione carnevalesca sannicandrese si è arricchita con la sfilata di carri allegorici moderni. Essi rappresentano delle vere e proprie opere d’arte, e vengono realizzati principalmente in cartapesta da maestri cartapestai locali che lavorano per mesi in capannoni (spesso tenendo il tema segreto fino all’ultimo). Molti carri includono parti mobili che rendono le figure quasi “vive” durante la sfilata. I temi spaziano dalla politica locale a quella nazionale alla critica sociale, fino al fantasy o ai cartoni animati per i più piccoli.
Oggi, ricordare quegli anni passati non deve essere solo un esercizio di nostalgia. Deve essere uno stimolo a ritrovare quella stessa passione e quell’orgoglio, perché il Carnevale sannicandrese è unico: è figlio del nostro dialetto, del nostro ingegno e della nostra voglia di stare insieme. Custodire questa eredità significa mantenere viva l’anima stessa di San Nicandro.
Da questo breve excursus storico si evince che da secoli il Carnevale di San Nicandro rappresenta il palcoscenico ideale dove l’estro, la vitalità e l’autenticità del popolo sannicandrese si fondono in un’esplosione di creatività. È proprio questa energia genuina ad aver forgiato un’identità celebrativa senza eguali, distinguendo nettamente la nostra tradizione da ogni altra manifestazione pugliese per il suo spirito ancestrale e irripetibile. È un mosaico di ingegno popolare che lo rende un unicum nel panorama del folklore pugliese.
Gli elementi che caratterizzano il Carnevale Sannicandrese sono:
– “U ditt” che è l’espressione più autentica del teatro popolare sannicandrese. È una forma di teatro di strada spontaneo, dove la commedia dell’arte incontra la vita dei campi e delle botteghe. Si tratta di rappresentazioni itineranti che vedono protagonisti artigiani, contadini e pastori: attori per un giorno che mettono in scena brevi atti teatrali da loro stessi ideati, recitando rigorosamente in versi dialettali per raccontare con ironia la realtà quotidiana. “U ditt” rappresenta la voce del popolo in festa. Attraverso l’uso del dialetto e una pungente satira in versi, questi “attori improvvisati” portano in giro per il paese scene teatrali che custodiscono la memoria e l’ironia della nostra comunità. Oggigiorno tale rappresentazione è andata, purtroppo, persa .
Per approfondimenti cf. G. De Cato, Sannicandro Garganico. Un paese senza confini, in AA.VV., Il Gargano. Storia-Arte-Natura, Manfredonia, Edizioni del Golfo, 1988, pp. 257-258.
– “lu mascquaron”, che è la maschera più indossata dalla maggior parte del popolo sannicandrese: più che una semplice maschera, rappresenta un rituale di liberazione. È lo strumento identitario con cui la comunità sannicandrese rivendica il diritto alla fantasia, esorcizzando le difficoltà dell’esistenza attraverso la catarsi del Carnevale, tra le vie e i vicoli animati da musica e folklore, dando così sfogo alla sua fantasia con balli e canti in tutto il paese;
– la coppia “Pastore e Pacchiana” che sfila indossando abiti storici risalenti alla seconda metà dell’Ottocento. Questi abiti, che un tempo scandivano i momenti salienti della vita comunitaria – dai riti religiosi a ricorrenze familiari particolari come nozze e lutti – rappresentano un’eccellenza dell’artigianato tessile. Grazie alla preziosità dei tessuti e alla ricercatezza dei decori, sono annoverati tra i costumi popolari più spettacolari e raffinati d’Italia. I costumi del Pastore e della Pacchiana, riportati in vita ogni anno per il Carnevale, rappresentano una delle massime espressioni del costume tradizionale italiano, unica per qualità dei materiali e bellezza visiva .
I nostri costumi storici furono scelti dalla Reale Società Economica di Capitanata per l’Esposizione Universale di Parigi del 1867 e, nel corso del Novecento, riscossero notevoli successi a livello provinciale, regionale e nazionale. I suddetti costumi popolari, anticamente, solo nei giorni di Carnevale, venivano indossati anche dalle famiglie più abbienti;
– la “chiusura del Carnevale” che è un momento denso di fascino arcaico e suggestione sonora. Al calare delle ombre sull’ultimo giorno di festa, San Nicandro si risveglia al suono di un’eco antica. Come vuole una tradizione tramandata di padre in figlio, gruppi di giovani – eredi della cultura pastorale del territorio – invadono le strade principali. Nel buio della sera, il fragore dei loro campanacci, di varie forme e dimensioni, scuote l’aria, segnando con un ritmo potente e ancestrale il congedo definitivo dal Carnevale. È un omaggio alle radici transumanti della nostra terra, portato in scena dai figli dei pastori che percorrono il paese agitando bronzi di ogni dimensione. Questo frastuono rituale non è solo un saluto alla festa, ma un legame vivo con il passato che attraversa il cuore del centro abitato.
L’anno 2025 resterà impresso nella memoria della nostra comunità come il momento della definitiva consacrazione delle nostre tradizioni. Grazie a un lavoro costante dell’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Matteo Vocale e dall’Assessore alle Politiche Culturali Arcangela Tardio, il Carnevale di San Nicandro Garganico ha ottenuto un riconoscimento fondamentale che ne cambia la prospettiva futura. Infatti, con il Decreto del 24 novembre 2025, rep. n. 2008 del Direttore Generale Spettacolo del Ministero della Cultura, la nostra manifestazione è stata ufficialmente inserita tra i Carnevali Storici d’Italia.
Il riconoscimento ministeriale non è solo un “bollino”, ma la certificazione che il nostro Carnevale possiede un valore culturale che appartiene a tutto il Paese.
Un ulteriore motivo di vanto deriva dall’approvazione della Legge 15 Aprile 2025, n. 59, recante le “Disposizioni per la promozione delle manifestazioni in abiti storici e l’istituzione della Giornata nazionale degli abiti storici”. Questa legge, che porta la firma della nostra concittadina, la senatrice Anna Maria Fallucchi, rappresenta lo strumento perfetto per la valorizzazione dei nostri abiti storici. Il “Pastore e la Pacchiana” non sono più solo costumi storici, ma diventano protagonisti di un progetto nazionale di tutela.
Il Carnevale di San Nicandro Garganico si appresta ora ad entrare in una nuova fase: quella della promozione su scala nazionale. È il momento di far conoscere a tutta l’Italia la bellezza del nostro borgo e la forza del nostro Carnevale. Intanto, portiamo questo importante traguardo nel cuore e facciamo brillare San Nicandro sotto i riflettori nazionali!
Buona festa a tutti nel nostro rinnovato, e ora storico, Carnevale di San Nicandro!
Note:
Cf. M. Vocino, Lo Sperone d’Italia, Roma, Casa Editrice G. Scotti, 1914, pp. 263-266
Cf. L’Italie économique en 1867 avec un aperçu des industries italiennes à l’exposition universelle de Paris. Publié par ordre de la Commission Royale, Florence, Imprimerie de G. Barbèra, 1867, p. 536; Exposition Universelle de 1867 a Paris. Catalogue Général publié par la Commission Impériale. 10e livraison. Objets spécialement exposés en vue d’améliorer la condition physique et morale de la population (Groupe X – Classes 89 à 95), Paris, E. Dentu Libraire-Éditeur, s.d., p.111.
Vincenzo Civitavecchia

